Esposizioni

MOSTRA D’ARTE AFRICANA

a cura di COSPE e Fratelli dell’Uomo
8- 15 novembre 2011
Centro Culturale San Gaetano
via Altinate 71 – Padova
Orario 8:30-23:30

MADE IN GHANA

Un proverbio Nzema recita “Solo colui che ha visto, può raccontare”. Una massima che si addice al lavoro del fotoreporter Fabrizio Sbrana che racconta, attraverso immagini fotografiche, il Ghana che non solo ha visto, in un difficile viaggio da sud a nord, ma che ha cercato di conoscere nelle sue molteplici sfaccettature: la storia prima e dopo la colonizzazione europea, la spiritualità che permea tutte le attività della vita quotidiana, le numerose religioni professate che hanno assunto caratteristiche peculiari grazie alla resistenza delle credenze tradizionali, i gruppi etnici che abitano il Ghana eccetera. Dal caos della capitale Accra al villaggio sulle palafitte nell’area degli Nzema, un popolo stabilito nella parte sud-occidentale del Ghana, ai villaggi di fango completamente dipinti al confine col Burkina Faso, abitati dai burkinabe, il fotografo ha cercato di fissare momenti della vita quotidiana, delle attività maggiormente diffuse come la pesca, l’allevamento, il commercio. Ha rivolto il suo interesse di fotografo naturalista all’ambiente per metterne in luce la bellezza senza, tuttavia, tralasciare di richiamare l’attenzione sul degrado che in alcune parti del paese è diventato preoccupante. La collaborazione col Cospe, in questo progetto, non è stata causale. Questa organizzazione da anni porta avanti nell’area Nzema progetti di cooperazione finalizzati al recupero delle attività tradizionali attraverso progetti di microcrediti. Il supporto, in loco, del Cospe è stato fondamentale per il contatto con le diverse comunità. Presentati dai responsabili locali, è stato più semplice poter spiegare il senso del reportage fotografico e muoversi per la sua realizzazione, in un paese dove fin da piccoli si impara che il fotoreporter è “un nemico”.

MBEUBEUS, VIVERE DI RIFIUTI. VIVERE NELLA DISCARICA DI DAKAR

Un racconto della vita nella più grande discarica dell’Africa Occidentale. Alla periferia di Dakar in Senegal, sorge una grande piattaforma di rifiuti, sedimentati da oltre 30 anni. Qui lavorano e vivono, in condizioni limite, circa 2000 persone, tra le quali numerosi bambini, impegnate in svariate attività di recupero. E’ la discarica di Mbeubeus, sorta sull’omonimo lago oggi ricolmo di rifiuti. Sono rifiuti di tutti i tipi, domestici ma anche industriali (di provenienza anche italiana). I recuperatori (organizzati in associazione) sono specializzati nelle diverse attività di riciclo. Tutto è organizzato per la sopravvivenza: c’è una piccola moschea con pareti di latta arrugginita, un piccolo emporio, un punto di ristoro dove una sorridente signora vende “gustosi piatti” ai lavoratori. Un micro mondo che vive di riciclo e respira fumi di plastica bruciata. Le fotografie di Andrea Foschi raccontano di questa umanità, descrivono i paesaggi e i personaggi che popolano la discarica senza però cadere nel pietismo ma al contrario evidenziando anche la dignità di chi vive e lavora in quelle condizioni “limite”.

TESORI NELLA DISCARICA MOSTRA DI GIOCATTOLI AFRICANI

Nell’ambito della settimana dedicata alle cinematografie africane viene allestita una mostra di oggetti costruiti in Africa con materiali di recupero, che dimostra come sia facile attraverso il gioco parlare di mondialità, di tolleranza, di sviluppo, di rispetto degli altri e dell’ambiente in cui viviamo.

La mostra raccoglie giocattoli provenienti da diversi paesi africani: Egitto, Congo, Benin, Togo, Costa d’Avorio, Senegal, Mali, Kenya, Etiopia, Mozambico, Sudafrica, Zambia. Gli oggetti sono accompagnati da 25 pannelli didascalici, che illustrano il tema del gioco e della costruzione di oggetti conmateriale di recupero.

I giocattoli, sono stati realizzati da bambini, recuperando materiale scartato come latta arrugginita, ciabatte da spiaggia, camera d’aria di bicicletta, legno, pezzi di tessuto. Sono giocattoli ‘senza valore’ che diventano veri tesori inestimabili, testimoniando grande abilità, fantasia e creatività. E’ bella l’immagine dell’Africa che gioca, perché è un’immagine che dà speranza e fa credere nel futuro.

 HOPES IN HARMONY

Nel corso della sesta edizione della rassegna di cinematografie africane è stata allestita presso il Centro Culturale San Gaetano/Altinate la mostra fotografica curata da Carlo d’Este dal titolo “Hopes in harmony”. L’inaugurazione è avvenuta sabato 20 novembre 2010 ed è rimasta aperta al pubblico durante tutta  la settimana della rassegna.

La mostra fotografica, esposta per la prima volta a Zanzibar nel luglio 2010, si articola in quaranta immagini prendendo spunto dal tema dello ZIFF (Zanzibar International Film Festival), che nell’ultima edizione è stato appunto: “Hopes in harmony”.

In omaggio a quest’isola del tutto particolare in territorio tanzaniano, l’autore analizza questo tema universale spaziando fra le diverse culture rispetto a cui Zanzibar è stata nei secoli polo di attrazione per poi diventarne, nel bene e nel male, crogiolo di esclusività e mescolanza insieme.
Per diversi secoli, infatti, grazie alla sua particolare posizione geografica, Zanzibar è stata importante porto di approdo dei navigatori europei e principale base di partenza per le esplorazioni all’interno dell’Africa centro-orientale; oltre a ciò, la relativa vicinanza con la penisola araba e la presenza di monsoni stagionali favorevoli, da e per l’India, ne hanno favorito commerci e scambi culturali a tutti i livelli.

Ecco quindi che, dall’India a paesi arabi diversamente islamizzati quali Siria e Turchia, dalla fascia sub sahariana del Mali e del Burkina alla costa degli schiavi in Benin e alla foresta equatoriale del Camerun, le immagini presentate fanno scorrere scene di vita quotidiana, lontane migliaia di miglia, eppure concettualmente così vicine, talora sovrapponibili, tanto da diventare un elogio all’universalità dell’animo umano.

Nel lavoro quotidiano, nella scuola, così come nello sfruttamento minorile e nella prigione, per finire con la globalizzazione selvaggia e la ricerca speranzosa di una vita migliore, “hopes in harmony” rimane il filo conduttore della mostra, quasi a voler celebrare l’incoercibile potenza della volontà e del desiderio di giustizia.

ESPOSIZIONE D’ARTE AFRICANA CONTEMPORANEA

Dall’8 al 27 novembre 2008 presso la Loggia del Consiglio, elegante edificio rinascimentale di impronta lombardesca messo a disposizione dal Comune di Padova, si è tenuta un’esposizione d’arte africana contemporanea curata dalla dott.ssa Monica Baldessari. Durante l’intera durata dell’esposizione, inoltre, la dott.ssa Baldessari ha organizzato su richiesta visite guidate per gruppi di adulti e per scolaresche di diverso ordine e grado, stimolando il dibattito e tentando di scalfire,  almeno in parte, gli stereotipi che la nostra visione eurocentrica inevitabilmente ci impone.

Concetto fondante dell’esposizione è stato dare ai cittadini la possibilità di incontrare l’Africa attraverso le sue espressioni artistiche, nella convinzione  che la cultura, anzi l’uomo stesso, si crea al contatto con gli altri, specchio in cui guardarsi e capire chi si è. Si è perciò approdati alla scelta di un “melting pot” di artisti con origini e provenienze estremamente eterogenee, ognuno con l’esigenza di raccontarsi e raccontare il mondo, ponendo come centrale il tema dell’identità, attraverso scatti fotografici, dipinti e sculture.

Le opere sono state prestate dai collezionisti Alberto Cinquetti (Verona) e Giorgio Bazzani (Verona) che, in anni di ricerche e acquisti sul mercato dell’arte e in fiere internazionali, sono riusciti a riunire un importante nucleo di opere di artisti africani contemporanei, ormai storicizzati e presenti in molte collezioni europeee statunitensi.

Sono state presentate le opere di Seni Camara (Senegal), Esther Mahlangu (Sudafrica), Cyprien Tokoudagba (Benin), Kivuthi Mbuno (Kenya), George Lilanga (Tanzania), Maurus Malikita (Tanzania), Almighty God (Ghana), Engdaget Legesse (Etiopia), Cheff Mwai (Kenya) e fotografie di Sala Casset (Senegal), Kokoroko (Togo), Fred Oduya (Kenya), Cheff Mwai (Kenya), Grame Williams (Sudafrica), Pierrot Men (Madagascar), Hessner Pepler (Sudafrica), Boubacar Touré MandemorY (Senegal), Ousamen Ndiaye Dago (Senegal), Richard Anyango (Kenya) che trovate nell’elenco sottostante.

 IMMAGINAFRICA ALLA VIII EDIZIONE DI ARTEPADOVA 2007

ImmaginAfrica è presente anche quest’anno ad ArtePadova 2007: una presenza gradita ed auspicata perché porta nell’ambiente fieristico di una delle maggiori mostre mercato d’arte contemporanea in Europa temi, problemi, immagini ed espressioni di creatività che riguardano un continente in grandi difficoltà, ma con dinamiche culturali vivacissime e non sempre disponibili a cedere il passo alla globalizzazione, all’omogeneizzazione culturale e comportamentale: fotografia, cinema, arti visive e scrittura testimoniano una crescita  di consapevolezza e di qualità di impegno davvero significativi.

ImmaginAfrica  segue con attenzione da anni questa crescita e si prova di coltivarla e di divulgarla con manifestazioni mirate e partecipando direttamente alle sue dinamiche. Le mostre proposte in ArtePadova 2007 ne sono visibile esempio: quella di un noto fotografo padovano, Carlo d’Este, autore di notevoli reportage, sul festival del cinema di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, e quella di un pittore camerunense da tempo residente a Padova che ha saputo mediare tra la cultura di origine, visiva, letteraria, popolare e folkloristica, ma anche coltivata all’interno del gruppo etnico, Joseph KamgaKamga è particolarmente interessante per la sua capacità di contaminazione ed elaborazione della cultura delle radici con la cultura europea, in originali assemblaggi o, meglio,  accumulazioni  di frammenti, o fraseggi, di varia citazione: popolare e naÏve, animista e metafisica, simbolista ed espressionista. Utilizza materiali diversi (a volte paste alte, corpose, da modellare sul supporto, altre volte levigate, fluide, come brodo organico in cui si sviluppano cellule, occhi; ma anche utilizza materiali metallici, anche preziosi, e legni e vetri)  in modo da ottenere sempre animati rilievi che sollecitano la sensibilità come ricordo visivo e tattile, atmosferico e come visionarietà che appartiene ai racconti tribali, alle storie vissute, sentite narrare o lette, che acquistano sempre più rilievo nelle sue rivisitazioni mnestiche, di memoria sensitiva. In questo senso diventa importante, sia nei quadri che nelle sculture, l’esercizio di una manualità  manipolativa e scritturale insieme, che sa formare e trasformare le materie, renderle allusive, polisenso, e insieme descrittive più che sintetiche, narrative, con molti punti di focalizzazione diversa, quelli della memoria e quelli dell’esperienza diretta. Si tratta, quindi, di un mondo altamente espressivo e molto significativo del nostro tempo di grandi spostamenti, di grandi contagi, di straordinarie contaminazioni formali e materiche che Joseph Kamga mostra di saper egregiamente interpretare.

Le immagini di  Carlo D’Este, in questa occasione a colori saturi e festosi, colgono vari aspetti della variegata manifestazione e dei suoi ‘dintorni’ a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso (nuovo nome dell’Alto Volta, che significa Paese degli uomini integri), dalle donne ai bambini, dai volti dipinti e fortemente espressivi, ai gesti, ai sorrisi sempre in presa naturale, immediata che coglie da una parte il senso del mistero (lo sguardo del volto dipinto e lo sguardo della ragazza che sul vestito pubblicizza il festival, Fespaco Festival Panafricano Cinematografico Ouagadougou) e dall’altra la ricchezza cromatica come energia vitale (bellissime le immagini con le stoffe variegate, i gruppi di bambini, i sorrisi, il canestro di peperoncini ). Sono immagini ‘rubate’, sentite nel colore e nella coralità di forme e cromie, ricercate senza pose, come fermento di vita e di eleganze naturali sempre direttamente collegate alla natura: ‘natura nella natura’, i colori vivaci delle vesti, gli straordinari ‘turbanti’ come enfasi di una forte  visibilità distinta rispetto all’ambiente, ai verdi di smeraldo della ‘brusse’, ai bruni dorati o rossastri  o grigi della terra battuta del suolo. Carlo D’Este ha inteso registrare e in qualche modo esaltare proprio la serena armonia della gente burkinabé,  La mostra fotografica, l’occhio esperto, di Carlo D’Este forniscono, così,  l’occasione di entrare in contatto diretto  sia con il sentimento profondo di una gente ‘povera’ (Il Burkina Faso è tra le nazioni più povere al mondo) ma certamente ricca di cultura materiale e di sapienza ambientale sia con il manifestarsi aperto, gaio, autentico e accogliente dell’espressione,  della  comunicazione di uno stile, di un gusto estetico, di una socialità positiva che certamente appartengono a questa gente come valori esistenziali.

AFRICA: LE PRIGIONI

Nell’edizione di ArtePadova 2006 viene ospitata una sezione di ImmaginAfrica, la manifestazione che da alcuni anni propone eventi atti a valorizzare la cultura del mondo dell’immigrazione e a mantenere e rafforzare il legami con i luoghi e le culture di provenienza, trasformandoli in patrimonio di comunicazione e arricchimento, oltre che coltivandoli come humus e sedimento delle radici, dell’identità profonda. Si tratta di un’iniziativa in cui è chiara la problematica dell’inserimento e del confronto nel rispetto reciproco, piuttosto che di una forzata integrazione, la quale, invece, deve e può essere frutto di tempi lunghi e generazionali di contatto e di osmosi. Per questo ImmaginAfrica insiste soprattutto con il cinema, la fotografia, le mostre di arti visive, le esecuzioni musicali, i cicli di conversazioni che diano concreta visibilità ai modi e ai contenuti del pensiero e dell’espressione della cultura africana, tenendo conto della sua complessità e ricchezza a seconda delle diverse regioni e delle diversissime etnie, e di una ‘storia’, di una ‘civiltà’ che troppi non conoscono o rifiutano di riconoscere per pregiudizio. E per lo stesso motivo la serie di interventi si sviluppa in un tempo dilatato, tra la fine dell’estate e l’inizio dell’inverno in modo da dare ai partecipanti adeguati tempi di studio, di sedimentazione, di riflessione e quindi di più attiva partecipazione alla vasta panoramica di occasioni di incontro con il mondo dell’Africa.

Quest’anno nei padiglioni fieristici vengono ospitati tre stand, due di fotografia e uno di pittura e un convegno sulla ‘personalità’ di ImmaginAfrica, le sue caratteristiche peculiari e gli appuntamenti principali di quest’anno con i progetti per il futuro, che prevedono sempre più stretti contatti con le altre importanti iniziative di Verona e Milano, con le amministrazioni pubbliche di Padova, e con ArtePadova stessa.

Il pittore presentato è Osarò Ogbeide (Benin, Nigeria), da tempo residente in Italia con la moglie e diplomato all’Accademia di Venezia. Espone dodici opere recenti caratterizzate da un singolare cromatismo luminoso e da temi naturalistici (il villaggio nella foresta, la boscaglia) nelle opere di minore dimensione, e dalla memoria di feste, danze e musica con la partecipazione di tutta la comunità. Il colore è ricco ma non steso per saturazioni di impasti, e, piuttosto, luminosissimo per trasparenze, come solarizzato e come se nel ricordo di Osarò dominasse, con il suono dell’accompagnamento ritmico del tamburo e le modulate vibrazioni del sassofono, un costante trionfo di luce, quella del sole ma anche quella delle grandi limpide lune. Dai verdi intensi di chiaro e forte risentimento della nostalgia naturalistica, col tempo Osarò è trascorso ai colori della festa, ai gesti delle persone, ai ritmi musicali, a colori sgargianti ma non per campiture rigide coprenti, preferendo la visione sfumata, quasi per trasparenze e contaminazioni luminose che esaltano la ricercata sinestesia tra suono, visione, tattilità ambientale. Lo stesso rapporto ha stabilito con la memoria storica della corsa del ‘gonfalone’ per la quale ha realizzato un olio su tela evocativo della durissima gara a piedi col gonfalone inastato e tenuto in avanti. Il vallo, i concorrenti e le bella cinta muraria di Montagnana sono colti in una sequenza in profondità di aloni di luce, che segnalano la visione mnestica, di memoria sensitiva: sulla sinistra un suonatore di tamburo nigeriano scandisce il ritmo del viaggio emotivo nel tempo e nello spazio.

Per la fotografia si sono proposti dieci scatti della fotografa francese July Bakou, nome d’arte di July Léveque Horay, che ha scelto in dieci piccole stampe momenti catturati in Mauritania, soggetti diversi, tenuti insieme dal fil rouge di un orizzonte basso o mediano, lasciando dilagare la naturale luminosità dello spazio, da una morbida plasticità dei soggetti ripresi e, appunto, dal formato che non intende assorbire l’osservatore nello spazio fotografico, ma tenerlo a distanza, costringerlo a entrare con sguardo critico nel campo dell’immagine.

L’altro fotografo è Carlo d’Este, già molto apprezzato lo scorso anno, che ha presentato una sequenza su Africa: le prigioni, una ventina di foto a colori come compendio fotografico di una serie di forti esperienze visive nel mondo della carcerazione in Africa: i luoghi e le stanze, le persone, i rapporti. Colpisce la grande discrezione dello sguardo fotografico con cui l’autore non ha cercato la spettacolarità o drammatizzazione degli eventi (parlano da soli), ma, piuttosto un sorta di dialogo impossibile con le persone, leggendo negli occhi e nei gesti l’inquietudine dolorosa di chi si sente costretto ad accettare un destino incomprensibile.

Artisti e Opere

Abdallah Salim
(Mambrui, Kilifi District, Kenya 1958)

Sin da ragazzo, oltre al carpentiere, falegname e muratore, si dedica ad intagliare sagome di compensato nella falegnameria dello zio, per poi dipigerle: personaggi, animali, amici del villaggio. Giunto a Malindi agli inizi degli anni ‘90, a contatto con l’industria turistica e le trasformazioni che essa impone, i suoi lavori maturano, divenendo più ironici. Ha esposto in Africa ed Europa.

Andrea Foschi

Antonhy Akoto (Almighty God)
(Kumasi, Ghana 1950)

A sedici anni è apprendista nella bottega di due artigiani per decorare insegne pubblicitarie. Intorno agli anni ’70 apre uno studio e, accanto ai ritratti tradizionali di capi Ashanti, personaggi storici del Ghana, personalità politiche e dello showbusiness, egli elabora una pittura “moralistica”, dettata dalla sua conversione al cattolicesimo, in cui Dio Onnipotente (suo nome d’arte) trionfa sul Male.

Boubacar Touré Mandémory
(Dakar, Senegal 1956)

Autodidatta, si avvicina alla fotografia realizzando reportages sulle etnie del suo paese e della Sierra Leone. Ha esposto in Senegal e in Francia, realizzando un reportage su Dakar per il Museo di Lille. Collabora con il quotodiano Liberation di Parigi. Ha partecipato agli Incontri della Fotografia Africana a Bamako.

Carlo d’Este

ha vissuto a Padova e viaggiato e fotografato soprattutto in Africa, sviluppando principalmente gli aspetti antropologici e socioculturali. Ha collaborato con il Master in Studi Interculturali e con il Comitato Pari Opportunità dell’Università di Padova, e come fotografo nella rivista online Trickster e per ImmaginAfrica.

Charles Kamangwana
(Harare, Zimbabwe 1972)

Artista eclettico, ha frequentato la BAT Visual Arts Studios di Harare, occupandosi, oltre che di fotografia, di pittura, scultura e grafica. Ha esposto in numerose gallerie del paese, in Europa e Stati Uniti e dal 1993 al 1998 ha partecipato allo Zimbabwe Heritage Exhibitions. Nel 1995 ha ricevuto un Higly Commended Certificate. Nel 1996 ha partecipato al Secondo Incontro della Fotografia Africana a Bamako, e dal 1996 al 2000 ha realizzato un reportage sui riti e costumi malgasci.

Cheff Mwai

(Nkuene-Meru, South Imenti, Kenya 1931)

Dal 1953 al 1963, anno dell’Indipenenza dal colonialismo inglese, egli combattè tra i Mau Mau nelle foreste del Monte Kenya, costruendo pistole con materiali di recupero, e piccole tavolette di legno in cui racconta la lotta per la liberazione. Nel 1963 realizza una serie di foto documentarie sulla riconsegna delle armi da parte dei Mau Mau ai funzionari del nuovo governo, mentre dagli anni ’80 scolpisce grandi “Colonne dell’Indipendenza”.

 

Cyprien Tokoudagba
(Abomey, Benin 1954)

Figlio di praticanti voodoo, religione con una ritualità complessa in cui sono invocati numerosi spiriti e  forze soprannaturali, egli esordisce nell’arte decorando le pareti dei templi con immagini degli orisha, che poi trasferirà su grandi tele. Ha restaurato il palazzo di re Glélé e l’Abomey Museum of History and Art. Ha partecipato, tra le numerose esposizioni in Europa, alla grande mostra “Les Magiciens de la Terre” al Centre Georges Pompidou di Parigi nel 1989.

Engdaget Legesse
(Addis Abeba, Etiopia 1971)

Diplomato in “arte murale” alla scuola d’arte di Addis Abeba, e dopo un’esperienza come designer alla St. George Art Gallery, frequenta uno stage di pittura al National Theatre e poi allo “Studio Artist”. A partire dal 1997 inizia ad esporre in Etiopia ed Europa i suoi “The Magic Pillars”, sezioni d’albero dipinte rifacendosi alla tradizione grafica dell’ortodossia copta. Vive e lavora a Berlino.

Esther Mahlangu
(Middleburg, Mphumalanga, Sudafrica 1936)

Dalla madre, di gruppo Ndebele, apprende la tradizionale tecnica di decorazione dei muri delle case: simbolo di rivendicazione del ruolo sociale della donna e di autoaffermazione nei confronti dell’apartheid. Trasferiti i segni dalle pareti alle tele, è arrivata anche la notorietà grazie a numerose esposizioni in Europa e Stati Uniti, tra cui “Les Magiciens de la Terre” al Centre Georges Pompidou (1989) e la personale al Musée National des Arts d’Afrique a Parigi (1998).

Fabrizio Sbrana

Fred Oduya
(Matungu, Kenya 1951)

Autodidatta, diventa professionista nel 1979. Nel 1987 si trasferisce in Inghilterra per studiare all’Harrogate College of Arts and Technology. Ha esposto le sue fotografie, legate ai miti, ai rituali e alle trasformazioni di vita kenyoti, in Africa, Europa e Stati Uniti. Dal 1994 si occupa del suo studio, “Our Heritage Studio”, a Nakuru in Kenya.

Georges Lilanga
(Kikwetu, Masasi, Tanzania 1934 – Dar es Salaam 2005)

Di origine Makonde, nel 1961 inizia la sua attività di scultore; dieci anni più tardi fonda a Dar es Salaam la “Nyumba Ya Sanaa” (Casa delle Arti). Dopo l’incontro con il pittore Edward Saidi Tingatinga, inizia a realizzare grandi tele dai colori vivaci, animate da grotteschi ed ironici “alieni in pareo”. Ha esposto in Africa, Europa, Stati Uniti, Giappone, India.

Graeme Williams
(Johannesburg, Sudafrica 1954)

Collabora come reporter al New York Times, al The Telegraph e al Leadership. E’ impegnato in progetti come l’Inner City Alienation a Johannesburg ed uno sugli Aids Hospices. Ha pubblicato il libro The Floor per documentare il Johannesburg Stock Exchange (JSE).

Harry Mutasa
(Harare, Zimbabwe 1973)

Scultore che utilizza materiali di recupero da pezzi di ricambio di automobili e camion, per realizzare oggetti antropomorfi, musicali e talvolta astratti. Ha esposto, oltre che in Zimbabwe, in Europa, Australia, Stati Uniti e Sud Africa.

Hassner Pepler
(Harare, Zimbabwe 1932)

Si occupa di fotogiornalismo fin dagli esordi, procurandosi una fama internazionale nel 1980, anno in cui la ex Rhodesia diventa indipendente, prendendo il nome di Zimbabwe (“casa di pietra”), grazie ai suoi scatti pubblicati su prestigiosi quotidiani occidentali, sempre legati ad una forte critica sociale.

Jean-Baptiste Ngnetchopa
(Nkongsamba, Camerun 1953)

Proveniente da una famiglia di artisti, inizia a scolpire il legno giovanissimo, sotto l’infleunza della cultura Barnileke. Ma a partire dagli anni ’80 il suo stile muta verso l’osservazione critica dell’era contemporanea, in particolare i temi del denaro e del potere. Nel 2000 ha partecipato alla Biennale di Lione.

John Mauluka
(Harare, Zimbabwe 1932)

Si occupa di fotogiornalismo fin dagli esordi, procurandosi una fama internazionale nel 1980, anno in cui la ex Rhodesia diventa indipendente, prendendo il nome di Zimbabwe (“casa di pietra”), grazie ai suoi scatti pubblicati su prestigiosi quotidiani occidentali, sempre legati ad una forte critica sociale.

Joseph Kamga

July Bakou

Kivuthi Mbuno

(Mwangini, Kenya 1947)

Cuoco nei safari per turisti nei parchi di Kenya e Tanzania, nel 1976 decide di dedicarsi alla pittura. I suoi quadri sono animati da una natura sovrana, in cui uomini e animali sono figure grottesche, fondamentalmente inadeguate e goffe. Ha esposto in Europa, Stati Uniti e Giappone.

Kokoroko
(Kpalime,Togo 1968)

Nel 1987 inizia ad interessarsi di fotografia, lavorando tra il 1995 e il 1997 come reporter. Ha inoltre illustrato numerosi libri per l’infanzia. Negli ultimi anni ama viaggiare all’interno del Togo per ritrarne le genti e l’ambiente.

Maurus Mikael Malikita
(Lindi, Tanzania 1964)

Pittore Tinga Tinga di origine Mwera, inizialmente ha lavorato come carpentiere, per poi essere finalmente riconosciuto per il suo “cartoon style”, con cui eccelle nel ritrarre, sdrammatizzando, affollate scene di vita urbana con colori industriali. E’ stato premiato alla Prima Biennale Internazionale d’Arte di Malindi in Kenya nel 2006 come miglior artista.

Osarò Ogbeide

Ousmane Ndiaye Dago
(Ndiobene, Senegal 1951)

Diplomato in Arti Plastiche all’Istituto Nazionale delle Belle Arti del Senegal, e poi in Arti Grafiche all’Accademia Reale di Belle Arti di Anversa in Belgio, è oggi professore di Arti Grafiche alle Belle Arti di Dakar e direttore artistico della rivista Lika. Ha realizzato copertine di libri e dischi, ed ha esposto alle Biennali di Dakar, di Arti Grafiche di Brno in Repubblica Ceca e di Venezia nel 2001. Ha presentato il suo libro Odes Nues al Festival dei Tre Continenti di Nantes in Francia. Ritrae, in quadri-fotografia, figure femminili che danzano nude, con la pelle nera camuffata grazie al “trucco” sapiente di gesso, carbone, fango e argilla.

Peter M. Wanjau
(Sipili, Laipikia, Kenya 1968)

Tecnico per la salute pubblica, che si occupa di problematiche legate all’HIV, comincia a dipingere nel 1985 e nel 1994 raggiunge gli artisti della Malindi Artist’s Proof, la casa degli artisti fondata da Sarenco. E due anni dopo comincia a realizzare una serie di sculture a forte tematica sociale, con un linguaggio scarno e duro, vissuto come gesto politico di denuncia.

Philippe Gaubert
(Marsiglia 1967)

 Nel 1990 si trasferisce a Réunion, per aprire poi uno studio ad Antananarivo, in Madagascar, iniziando ad esporre nel 1992.

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Pierrot Men
(Fianarantsoa, Madagascar 1954)

Di padre cinese e madre franco-malgascia, dagli anni ’80 comincia ad esporre con regolarità in Madagascar, dove continua a dirigere il suo studio a Fianarantsoa. Ha esposto in Africa ed Europa. Nel 1994 ha vinto il premio Mother Jones International Found e il Leica Medal for Excellence.

Richard Onyago

(Kisii, South Nyanza, Kenya 1960)

Precoce nell’avvicinarsi alla pittura, nel 1982 viene proclamato miglior pittore keniota alla National Competition, e nel 1990 entra a far parte della Malindi Artist’s Proof, la casa degli artisti fondata da Sarenco. La sua iconografia, legata all’African Urban Kitsch, racconta un’Africa legata agli status del “nuovo processo di civilizzazione” grazie all’arrivo dei moderni colonizzatori occidentali. Ha esposto numerose volte anche in Europa.

Sala Casset
(Saint-Louis, Senegal 1920 – Dakar 1974)

Giunto a Dakar, comincia ad interessarsi alla fotografia seguendo le orme del fratello Mama; lavora per tre anni col fotografo Lataque, poi passa a Tennequin, per aprire finalmente nel 1937 il suo studio a Medina, ora diretto dal figlio Abdoulaye. Fotografo amato da Leopold Senghor, egli già nel 1943 aveva raggiunto la fama di grande fotografo.

Saley Maizoumbou
(Maradi, Niger 1970)

Esordisce nell’arte come pittore e grafico, per dedicarsi poi completamente alla fotografia negli anni ’90, ritraendo, con occhio poetico, le figure di donna legate alla cultura dei clan tribali. Ha esposto anche in Europa.

Seni Awa Camara
(Bignona, Senegal 1945)

Seni Camara, di etnia Diola, non ha mai lasciato la Casamance, e non si è mai recata a Dakar, completamente radicata alla terra in cui è nata, ma ha esposto le sue terracotte nella mostra “Les magiciens de la terre” (Beaubourg, Parigi, 1989), ne “Il ritorno dei maghi” (Orvieto, 2000) e alla Biennale di Venezia (2001). Unica donna scultrice del villaggio, realizza grandi Dee Madri che allattano altrettanti piccoli esseri mostruosi che nascono e vivono dalle loro stesse costole. Le cuoce nella foresta, in una buca, secondo riti sciamanici ancestrali e misteriosi, ai quali nessuno può assistere.