Film

Dal 2005 ImmaginAfrica propone proiezioni cinematografiche che consentono di avvicinarsi alle diverse espressioni della produzione filmica e video legata al mondo africano.  Vengono effettuate rassegne o singole proiezioni aperte alla cittadinanza, proiezioni dedicate alle scuole ed iniziative di carattere seminariale destinate a pubblici più selezionati e specifici.

A

A sud di Lampedusa

Italia, 2006
Regia: Andrea Segre
Sceneggiatura: Andrea Segre
Fotografia e Montaggio: Andrea Segre
Musiche: Goeffry Oryema, Fela e Temi Kuti
Durata: 31 min.
Versione originale: Inglese, francese
Produzione: Zalab
Premi: La versione breve del documentario (Sahara, andata e ritorno, 15 min.) ha vinto nel 2006 il Premio Claudio Accardi e nel 2007 il festival Fresh Looks della NewYorkUniversity.

Sinossi

Immagini notturne di africani che salgono su un bus. Ben al di là del Mediterraneo comincia un lungo viaggio attraverso il Teneré verso la Libia e poi, forse, l’Europa. A sud di Lampedusa è un video girato nel deserto del Sahara nel maggio 2006 e realizzato da Andrea Segre in collaborazione con Stefano Liberti e Ferruccio Pastore. Gli autori, con esso, ci consentono di avvicinarci ad una realtà umana di cui in genere conosciamo – ma ‘conoscere’ è un termine forte – solo l’epilogo sulle spiagge di Lampedusa.
E’ davvero interessante lo sguardo con cui il regista ci consente di effettuare questo avvicinamento, evitando ogni estremizzazione nelle dimensioni del pietismo e della denuncia giornalistica. Il viaggio è narrato senza toni drammatici, cercando di approssimarsi con attenzione e rispetto alla posizione dell’altro, senza illusioni di neutralità e facile empatia, senza mai dimenticare che si guarda sempre il mondo da una posizione. Questa consapevolezza critica consente al regista di mostrare in modo non drammatico situazioni che, se da una parte sono drammatiche, dall’altra hanno un preciso – inquietante – carattere di normalità.
La voce dell’altro, dei molti altri che effettuano l’estenuante viaggio versa la Libia ed il Mediterraneo, viene ascoltata con attenzione a non cadere nella situazione illusoria di colui che irrimediabilmente trova ciò che andava cercando, bensì aprendo alla possibilità dell’imprevisto. Il lavoro non ci propone un discorso didascalico e compiuto sul tema della migrazione, non si addentra in disquisizioni sulle ragioni per cui ingenti numeri di persone lasciano il loro paese per recarsi altrove, sulle condizioni socio-economiche dei paesi di provenienza o sui fattori di attrazione di quelli di arrivo; si avvicina con rispetto e volontà di ascolto ai protagonisti del viaggio e, se da una parte ci fa percepire la fatica dei loro corpi, dall’altra coglie aspetti di reale che potrebbero sconcertare chi fosse alla ricerca di qualcosa di eclatante.
Non manca, d’altra parte, in tutto il lavoro, un aspetto di forte denuncia, che emerge con particolare evidenza nell’ultima parte, quando il video cambia ritmo e con questo segnala la presenza di un altro livello di lettura. Ci si trova così a scoprire l’inquietante realtà che si nasconde dietro a specifiche scelte politiche.

Abandon de Poste (Duel)
Belgio/Marocco, 2010
Regia: Mohamed Bouhari
Sceneggiatura: Mohamed Bouhari
Fotografia: Anne Waerenburgh
Interpreti: André Simon, Michael Luboya
Produzione: INSA Film School- Brussels/Belgio-Marocco
Versione originale: Francese
Durata: 15 min.

Sinossi

Una statua africana, a grandezza naturale, è collocata all’ingresso di una galleria d’arte; di fronte, lavora un agente di sorveglianza nero; tra i due si scatena un duello silenzioso.

Affaire de Nègres, Une (Una Faccenda di Negri)

Francia/Camerun, 2009
Regia e Sceneggiatura: Osvalde Lewat
Operatore: Philippe Radoux-Bazzini, Edimo Dikobo
Suono: Antoine Mbesse Amougu, Edimo Dikobo
Montaggio: Danielle Anezin
Produzione: AMIP, Waza Images
Formato: 35 mm
Durata: 90 min.
Versione originale: Francese, Bamileke

 

Sinossi

Il film fa riferimento agli abusi commessi dal 2000 al 2001 a Douala dal ‘commando operativo’, un’unità speciale dell’esercito camerunense costituita per far fronte alla piccola criminalità. A fronte del disinteresse totale da parte dei mezzi di informazione internazionali, Osvalde Lewat dà voce alle famiglie delle vittime e delle persone scomparse, a un ex componente del commando, agli avvocati impegnati in una battaglia civile, all’opinione diffusa, che auspica il ripristino dell’unità speciale.

Si è scritto…

“Si dice degli Africani che non sono pronti per la democrazia, allora mi chiedo: sono mai stati pronti per la dittatura?” (Wole Soyinka, Premio Nobel per la Letteratura). Qualche anno più tardi Osvalde Lewat riparte da questa domanda, tormentata da questa storia terribile e dalle memorie delle vittime che si battono ancora per sapere che ne è stato dei loro dispersi.”

Gabon Libre Expression

“Con Jean Marie Teno, Osvalde Lewat si avvia ad affermarsi la seconda autorevole documentarista del Camerun. […] Une affaire des nègres testimonia un’ingiustizia al fine di denunciarla. Per farlo, Lewat si serve della magia del cinema, come nella bella immagine […] nella quale si indovina la silhouette gracile della regista mentre “in-quadra” il parente di una vittima, sulla soglia di una porta di una stanza debolmente illuminata. Il cinema non mostra forse così la propria forza narrativa, attraverso l’impegno di un’artista che lotta con accanimento e con dignità per il rispetto dei diritti dell’uomo?”

J. M. Mollo Olinga, Africiné, www.africine.org

Africa United

Gran Bretagna/Ruanda, 2010
Regia: Deborah Gardner-Paterson
Sceneggiatura:
Rhidian Brook
Fotografia: 
Sean Bobbitt
Montaggio: 
Victoria Boydell
Musiche:
Bernie Gardner
Formato: 35mm
Interpreti: Emmanuel Jal, Eriya Ndayambaje, Roger Nsengiyumva, Sanyu Joanita Kintu, Sherrie Silver, Yves Dusenge
Durata: 88 min.
Versione orig: 
Inglese
Produzione: 
Pathé Prod., Footprint Films, Link Media Prod., Out of Affrica Entertainment, BBC Films
Distribuzione: 
Warner Bros., Pathé

Sinossi

La straordinaria storia di tre bambini ruandesi che camminano per 3000 miglia per assistere alla Coppa del Mondo di Calcio in Sud Africa. Africa United inizia dunque in Rwanda. Fabrice, giovane promessa del calcio, è amico di Dudu, orfano a causa dell’aids, e della sua sorellina Beatrice, che sogna di diventare un medico. Notato da un talent scout, è invitato a presentarsi a Kigali, capitale del Ruanda, per rappresentare l’Africa alla cerimonia inaugurale dei mondiali a Johannesburg. Dudu e Beatrice decidono di partire con lui. Salgono però sull’autobus sbagliato e si ritrovano in Congo. Da questo momento inizia un viaggio lungo e affascinante, durante il quale il team si arricchirà di altri due membri: Celeste, una giovane prostituta, e George, un ex bambino soldato scappato dalla Repubblica Democratica del Congo.

Guarda il trailer del film

African Lens (Lenti Africane)
Kenya, 2007
Regia: Shravan Vidyarthi
Durata: 58 min.
Genere: documentario
Paese e anno di produzione: India/Kenya, 2008
Premi: Zanzibar International Film Festival 2008 (Miglior film di un regista dell’Africa Orientale)

Sinossi

Nel 1968, il fotografo kenyota di origine indiana Priya Ramrakha è vittima di un fuoco incrociato mentre sta costruendo un reportage nel contesto della guerra civile del Biafra (Nigeria). Le immagini d’inizio del documentario di Shravan Vidyarthi hanno questo esordio; da qui, a ritroso, recuperando la ricca documentazione fotografica prodotta da Priya Ramrakha, si ripercorrono eventi cruciali della storia recente africana, consentendo agli spettatori di dare spessore visivo a luoghi e persone che hanno costituito alcune delle sue più importanti tappe.
Il regista coniuga una biografia individuale fino ad oggi rimasta sconosciuta – quella del fotografo indo-kenyota – con le “biografie” dei Paesi africani nel periodo cruciale dell’indipendenza e del post-indipendenza: il Kenya con la figura del futuro Presidente Jomo Kenyatta e l’inquietante vicenda della rivolta dei Mau Mau, il Congo con la carismatica e importantissima figura di Patrice Lumumba, ma anche la Rhodesia/Zimbabwe, lo Yemen… fino al tragico finale della morte in Nigeria. Alternando interviste, documenti d’archivio e le splendide fotografie di Ramrakha, Shravan Vidyarthi costruisce un bel documentario storico interrogando al contempo la questione dell’appartenenza e dell’identità, inestricabilmente intrecciate nelle biografie stesse del regista e del protagonista.

Africanized

Italia/Etiopia, 2002
Regia: Theo Eshetu
Sceneggiatura: Theo Eshetu
Fotografia: Theo Eshetu
Montaggio: Theo Eshetu
Suono: Keir Fraser
Formato: Digital Viddeeo, colore
Durata: 38 min.
Produzione: White light
Premi: Festival di Venezia 2002

 

Sinossi 

 

Un film sull’idea di viaggiare e guardare, che affronta le grandi tematiche della comunicazione globale e del rapporto con l’altro per entrare nell’intimità delle situazioni filmate e mostrarci eventi sfuggenti. L’assenza di dialoghi lascia spazio ad una serie di fotogrammi che coinvolgono, emozionano e cambiano i luoghi comuni di un immaginario mediatizzato sull’Africa restituendo voce alla singolarità, proponendoci così un’immagine più reale e toccante di questo immenso continente.

 

Ajara

Uganda, 2008
Regia: Shams Bhanji
Sceneggiatura: Michiel van Oosterhout
Fotografia: Cyril Ducottet
Montaggio: Cyril Docottet, Shams Bhanji
Suono: Antony Kinyua
Musiche: Okot P’Bitek
Interpeti: Doreen Latim, Peter Oryema, Edward Opoka, Father Onen Santo
Formato: 35 mm
Durata: 19 min.
Versione originale: Inglese, Lingua Locale
Produzione: Raising Voices, Uganda International Film Foundation

 

 

Sinossi

 

In uno studio condotto in Uganda, con interviste e discussioni che hanno coinvolto 1.400 bambini e 1.100 adulti, il 60% dei bambini ha affermato di aver regolarmene subito violenza. E’ da questa indagine che è scaturito Through My Eyes, un documento di 64 minuti in cui vengono narrate le storie di Amina, Festus, Juma ed Ajara: quattro bambini che, con diverse modalità, hanno tutti alle spalle storie di violenza subita. Ajara fa parte del documento globale e centra la narrazione sul vissuto di una ragazzina disabile nel suo rapporto con il patrigno: immagini-ricordo si accavallano nella sua mente fino al punto di farle accarezzare l’idea del suicidio. Sarà il contatto con ‘altre narrazioni’, mediate anche dalla calda presenza di un anziano del villaggio, a risvegliare in lei il desiderio di prendere in mano il proprio destino e di fare della proprio storia il punto di forza di una denuncia che possa essere di aiuto a chiunque altro si trovi in analoghe condizioni. Un documento “dedicato ai bambini che stanno coraggiosamente parlando della violenza contro di loro”.

 

 

Amal
Marocco, 2004
Regia: Ali Benkirane
Sceneggiatura: Ali Benkirane
Fotografia: Georges Diane, Elin Kirschfink
Montaggio: Thomas Courcelle
Suono: Guillaume Lebraz, Vincent Pateau, Romain Le Bras, Benjamin Viau
Musiche: Cedrik Santens
Interpreti: Soumaya Chifa, Fouad Labied, Mohamed Choubi, Ibtissam El Ouali
Formato: 35 mm, col.
Durata: 17 min.
Versione originale: Arabo
Produzione: Divine Productions, Agora Films
Distribuzione: Divine Productions
Premi: Clermont-Ferrand 2004 (Menzione speciale della Giuria dei giovani), San Francisco 2004 (Golden Gate Awards), Tétouan 2004 (Gran premio), Rencontres de Lille 2005 (Secondo premio della Giuria), Bruxelles 2005 (Premio per la Migliore Interpretazione), Toronto 2005 (Premio per il Miglior Cortometraggio), Brooklyn 2005 (Premio Spirito)

Sinossi

Amal è un piccolo contributo che abborda la problematica dell’istruzione delle ragazzine nella campagna marocchina. La giornata di Amal inizia molto presto, all’alba. Sveglia il fratello Mohamed e con lui percorre molti chilometri per recarsi alla scuola. Tra le raccomandazioni della madre c’è la merenda e la necessità di sorvegliare Mohamed. Contrariamente al fratello, Amal ama studiare, è diligente e pensa che un giorno potrà diventare medico. Un vecchio stetoscopio con il quale ascolta i battiti del cuore ci fa percepire la determinazione e l’impazienza di Amal nel perseguire il suo sogno, ed è per questo che la strada per arrivare a scuola non è mai troppa.
Un giorno, di ritorno da scuola, i genitori annunciano alla ragazzina che non potrà più continuare a studiare, perché dovrà prendere il posto della sorella maggiore nei lavori di casa e a nulla servono le proteste del fratello. Ad Amal non resta che accettare la sorte decisa dal padre. Il gesto di mettere lo stetoscopio davanti al letto del fratello ha tutto il valore di passare il testimone a Mohamed, il testimone che racchiude il sogno infranto della sorella.
In questo contesto rurale, appare chiaro che l’istruzione non ha lo stesso valore della famiglia e soprattutto della tradizione, lasciando intravedere tra le righe tutta una serie di conflitti che appartengono alla storia anche recente: conflitti tra generazioni (giovani e anziani), tra uomini e donne, tra città e campagna.
Non c’è tanto la voglia, da parte del regista, di puntare il dito contro l’inesorabile tradizione, tanto meno di esprimere un giudizio morale, ma piuttosto c’è il desiderio di far emergere la realtà dell’universo femminile del proprio Paese.
Un ruolo importante è giocato, nel film, dal colore, come ricorda il regista stesso: “Il giallo è il calore del calore, dell’affetto, sentimento primordiale della vita, il nero rappresenta la realtà, per esempio per le cattive condizioni dell’educazione scolastica in Marocco, in campagna, il rosso e il verde sono i colori del mio Paese natale. Il blu, che è anche il colore della speranza nella cultura araba, ritorna in diverse sequenze, anche nel finale, quasi a significare che il sogno può ancora realizzarsi nonostante quel soffio sulla candela che immerge anche lo spettatore nel buoi e nel silenzio del sogno che s’infrange”.

Ami y'a Bon, L'

Germania/Francia, 2005
Regia: Rachid Bouchareb
Sceneggiatura: Rachid Bouchareb
Montaggio: Brigitte Chevalier
Musica: Frank Rubio
Scenografia: Frédéric Mauve
Durata: 9 min.
Versione originale: Francese
Produzione: Tessalit Productions
Distribuzione: Tadrart Films

Si è scritto…

“Quasi come anticipazione al suo ottavo lungometraggio, in cui ricorda la storia dimenticata dei cosiddetti soldati “indigeni” della seconda guerra mondiale, Rachid Bouchareb ha voluto ricordare alla sua maniera la repressione avvenuta nel campo di transito senegalese di Thiaroye da parte dell’esercito francese. Il primo Dicembre 1944, dopo essere stati liberati dai campi di prigionia nella Francia occupata, trentacinque soldati senegalesi che hanno richiesto il pagamento dei loro stipendi arretrati sono stati massacrati. Per questo episodio – che Ousmane Sembène ha già narrato in un film del 1987 – il regista franco-algerino ha scelto un cortometraggio d’animazione.”

Algeriades; www.algeriades.com

“In un’elegante (e incisiva) realizzazione a matita in due colori (nero e rosso), Bouchareb presenta in modo delicato ma efficace l’immagine della sottile, eppure onnipresente divisione e differenziazione che continua ad emergere nonostante il continuo perpetramento del mito dell’assimilazione coloniale e dell’occupazione illuminata.”

Strictly Film School; www.filmref.com

Scheda Curata da Giovanni Rubin

Appel des Arènes, L' (Il Richiamo delle Arene)

Senegal, 2005
Regia: Cheick N’Diaye
Sceneggiatura: Cheikh N’Diaye
Fotografia: Jérôme Mauduit
Montaggio: Sylvie Adnin, Franck Cotelle
Suono: Guillaume Valeix
Interpreti: Aziz N’diaye, Alioune Camara, Mohamed Dao, Tapha Gueye, Yekini, Ahmed Diop, Coucou Sarr
Formato: 35 mm, col.
Durata: 105 min.
Versione originale: Wolof, Francese
Produzione: Sira Badral
Distribuzione: Sira Badral

 

Sinossi

 

Film tratto dall’omonimo romanzo di Aminata Fall, L’appel des arenes, Per parlare della lotta in Senegal, come sport tradizionale, ma non solo. Ambientato a Dakar, il film ci svela i diversi volti e i retroscena della vita di questa città attraverso i sui personaggi, in particolare i due protagonisti, Nalla e Sory.
a storia inizia con un’aggressione ai danni di Nalla, un giovane benestante, a opera di una banda di teppisti che vivono di borseggi e piccole rapine. L’intervento di André, giovane meccanico che pratica la lotta, è provvidenziale e segna l’inizio di un’amicizia che cambierà il destino di Nalla.
Grazie a questo fortuito incontro, Nalla si avvicinerà al mondo della lotta e soprattutto al suo universo mistico, nonostante la contrarietà dei genitori che vedono in questa disciplina uno sport violento e non adatto a un giovane benestante.
Fa da contraltare la figura di Sory, venticinquenne epilettico, disoccupato, che vive di piccoli espedienti, tra cui la vendita di biglietti alle arene.
Sono due approcci diversi al mondo delle arene e della lotta, due prospettive che il regista ci proponr che si ritrovano a vari livelli: da una parte, nel caso di Nalla, la lotta diventa rigore, disciplina, un percorso formativo che porta a scardinare l’ordinarietà del mondo in cui vive, una crescita che costringe il giovane indifeso e troppo protetto dalle preoccupazioni familiari ad allontanarsi dalla figura materna per una maturazione umana e sessuale e per un’indipendenza maggiore che sancisce il passaggio dalla pubertà alla vita adulta.
Dall’altra, la figura di Sory: poca voglia di lavorare, una passione sfrenata per il gioco delle carte, vive a spese di una fidanzata/madre e, per soldi, non esita a vendere il proprio sangue. Per lui la lotta è soltanto un’opportunità di guadagno che spesso si confonde con un retroscena di violenza e scommesse clandestine.
Tale contrapposizione si riflette anche a livello dei lottatori, Malaw e Tonnerre, interpretati da veri professionisti della lotta (in particolare, il ruolo di Malaw è interpretato da Mohamad Ndao, detto Tyson, star nazionale). Il primo fa emergere il lottatore non solo come un semplice atleta, ma soprattutto come un saggio che interpreta la lotta come uno stile di vita. Il segreto della vittoria sta, sì, nella pratica, ma anche e soprattutto nella preparazione spirituale, fatta di isolamento, di concentrazione, di rigore fisico e spirituale. Si scopre un mondo immenso in un misticismo che sconfina nel mito: un bardo canta le gesta del lottatore, spesso rappresentato da statuine, che dicono quanto importante sia per la memoria collettiva questa realtà.
Contrariamente a Malaw, Tonnerre è fin troppo sicura della propria forza e non esita a trascorrere la vigilia dell’incontro tra le braccia di una ragazza, conosciuta occasionalmente in un bar.
I due percorsi sono inversamente proporzionali tra loro: alla crescita e alla profondità dell’esperienza di Nalla alla scuola di André e Malw, corrispondono la superficialità e lo sgretolamento progressivo di Sory e Tonnerre.
In definitiva, il film ci propone un percorso d’iniziazione, profondamente ancorato alle radici della tradizione più pura, che sfugge tanto alle disatorsioni della modernità quanto alle visioni restrittive di chi sfrutta la tradizione per un tornaconto personale.
In questo percorso, Nalla assiste alla morte di André, ucciso da una scorribanda di delinquenti a cui partecipa anche Sory e che ha tutto il sapore di un sacrificio. Grazie a questo, Nalla può completare il suo percorso di maturazione e di crescita, in un contesto sociale complesso e continuamente minato da realtà quotidiane che inducono a situazioni di disgregazione morale.
L’arena allora appare sempre di più come la metafora della vita, che ha in sé una duplice faccia: da una parte la tentazione della vita facile, del successo, magari conquistato a spese degli altri, dall’altra scelte di vita che implicano sacrificio e abnegazione per essere preparati e forti nel combattimento quotidiano della vita.

 

Asmat, Nomi
Italia, 2015
Regia: Dagmawi Yimer
Disegni: Lusa Serasini
Durata: 14 min.
Produzione: realizzato per il Comitato 3 Ottobre con l’Archivio delle Memorie Migranti e la campagna “Verità e giustizia per i nuovi desaparecidos”

Sinossi

Siamo costretti a contarli tutti, a nominarli uno per uno, affinché ci si renda conto di quanti nomi sono stati separati dal corpo, in un solo giorno, nel Mediterraneo. Le immagini del film danno spazio a questi nomi senza corpi. Nomi carichi di significato, anche se il loro senso è difficile da cogliere per intero. Malgrado i corpi che li contenevano siano scomparsi, quei nomi rimangono nell’aria perché sono stati pronunciati, e continuano a vivere anche lontano dal proprio confine umano. Noi non li sentiamo perché viviamo sommersi nel caos di milioni di parole avvelenate. Ma quelle sillabe vivono perché sono registrate nel cosmo. Se sapremo capire perché e quando questi nomi sono caduti lontano dal loro significato, forse sapremo far arrivare ai nostri figli un testo infinito, che arrivi ai loro figli, nipoti e bisnipoti. Per anni questi nomi, con il loro carico di carne e ossa, sono andati lontano dal luogo della loro nascita, via dalla loro casa, componendo un testo scritto, un testo arrivato fino ai confini dell’Occidente. Sono nomi che hanno sfidato frontiere e leggi umane, nomi che disturbano, che interrogano i governanti africani ed europei. Diamo i nomi ai nostri figli perché vogliamo fare conoscere al mondo i nostri desideri, sogni, fedi, il rispetto che portiamo a qualcuno o a qualcosa. Gli diamo nomi carichi di significati, così come hanno fatto i nostri genitori con noi. In un attimo, in un solo giorno, il 3 ottobre 2013, tanti giovani che si chiamavano Selam, “pace”, oppure Tesfaye, “speranza mia”, ci hanno lasciato. Nomi senza corpi.

Azur e Asmar
2006
Regia: Michel Ocelot
Sceneggiatura: Michel Ocelot
Grafica: Michel Ocelot
Suono: Thomas Desjonqueres, Cyril Holtz
Musiche: Gabriel Yared
Voci: Cyril Mourali (Azur), Karim M’ribah (Asmar), Hiam Abbas (Jenane), Patrick Timsit (Crapoux), Fatma Ben Khell (Principessa Chamsous Sabah), Rayam Mahjoub (Azur bambino), Abdelsselem Ben Amar (Asmar bambino)
Formato: 35 mm
Durata: 90 min.
Versione originale: Francese, Arabo
Produzione: Nord-Ovest
Distribuzione: Lucky Red
Premi: Festa del cinema di Roma (Premio Unicef: Alice nelle città)

Sinossi

Asmar è figlio di una balia araba che lavora al servizio di un nobile europeo, il padre di Azur. I due bambini crescono come fratelli cullati dall’amore della stessa donna e dal racconto di terre lontane abitate dalla fata dei Jinns. Quando la balia ed Asmar verranno scacciati dalla casa nobiliare, la leggenda della fata si sarà ormai impressa nella mente di Azur, insieme alla traccia indelebile dei gesti d’amore della nutrice ed ai suoni di una lingua lontana. Saranno questi ricordi che lo spingeranno ad attraversare il mare e a volgersi alla scoperta delle terre narrate, guidato dall’eco di una lingua a noi sconosciuta: un arabo di cui capiamo tutto senza intendere nessuna singola parola. Azur e Asmar, novelli cavalieri, al contempo fratelli e rivali, affronteranno pregiudizi e superstizioni e, nell’intento di liberare la fata dalla sua prigione nascosta, in un gioco di specchi e porte gemelle, troveranno la via per andare incontro al futuro: l’avvenire del mondo nell’unione delle culture. Un’idea comunicata magistralmente ben al di là della storia narrata (che ricalca i canoni della più tradizionale favolistica) attraverso immagini ispirate tanto dai pittori fiamminghi quanto dalle miniature persiane e la mescolanza dei colori e dei suoni di Francia con quelli della Turchia, dell’Andalusia e del Maghreb. La differenza non è un segno di sottrazione, ma uno scrigno di pietre preziose.

B

Bamako
Mali/USA/Francia, 2006
Regia:Abderrahmane Sissako
Sceneggiatura: Abderrahmane Sissako
Fotografia: Jacques Besse
Montaggio: Nadia Ben Rachid
Suono: Dana Farzanehpour
Interpreti: Aïssa Maïga, Tiécoura Traoré, Hamadoun Kassogué, Habib Dembele,Hélene Diara
Formato: 35 mm, colori
Durata: 118 min.
Versione Originale: Francese, Bambara
Produzione: Denis Freyd, Abderrahmane Sissako
Distribuzione: Les films du Losange Premi: FESPACO 2007 (Prix de l’Action Mondiale contre la pauvreté, AMCP)

Sinossi

In un cortile che è una vera e propria società in miniatura si svolge, a Bamako, un processo di respiro internazionale. Convocati: da una parte l’Africa, dall’altra l’Occidente.
Dopo un percorso preparatorio effettuato con l’aiuto di magistrati, avvocati professionisti e vere e proprie vittime dei ‘piani di aggiustamento strutturale’ messi in opera dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale, il regista – come lui stesso dichiara – una volta stabilito il quadro del dibattito da realizzare, ha messo in scena direttamente i suoi interlocutori lasciando loro la libertà di testimoniare, accusare, difendere.
La registrazione delle immagini si è sviluppata secondo un andamento quasi-documentario, senza che il regista interrompesse la scena ad ogni piè sospinto, senza la richiesta ai partecipanti-attori di riprendere una frase o modificare una qualche successione di eventi.
D’altra parte, mentre il tribunale porta avanti la sua attività, la vita del cortile continua nel suo fluire: il processo prende spunto dal reale, è – in senso forte – reale e in quanto tale non avrebbe potuto svolgersi in un luogo fittizio, separato dalla vita; anche i personaggi che animano la corte sono allora, talvolta, gli effettivi abitanti del quartiere, ivi compresi gli stessi membri della famiglia del regista, il quale ha scelto quell’ambientazione anche in relazione alla sua vicenda biografica (la corte in cui è cresciuto con la propria famiglia e composta da non meno di 25 persone).
Ne emerge la parabola di un discorso difficile da intendere, uno spaccato di reale costruito senza manicheismo, poiché se da una parte vengono chiamati a giudizio i grandi organismi internazionali, dall’altra si denuncia la complicità dei poteri africani. Un finto western s’inserisce ad un certo punto del film, come ad intendere che “i cow-boys non sono tutti bianchi e che l’Occidente non è il solo responsabile dei mali dell’Africa. Anche noi”, afferma Abderrahmane Sissako, “abbiamo la nostra parte di responsabilità. Gran parte dell’élite africana è complice dell’Occidente: non ha mai avuto il coraggio di agire per cambiare le cose poiché ciascuno vigila in modo egoistico sui propri interessi. Ho quindi considerato questa sequenza western come la metafora di una missione della Banca Mondiale e del FMI – poiché queste missioni sono portate avanti contemporaneamente da Europei ed Africani”.
Fra finzione e documentario, le immagini si mescolano alle parole, le sequenze girate in pellicola (le storie che il regista costruisce intorno al tribunale) a quelle in video (il processo è reale e viene ripreso in video), il racconto si mescola alla realtà e la realtà sembra una finzione narrativa.
Tutto falso, tutto vero, a partire da una posizione autoriale  che, se da una parte intende prendere posizione, dall’altra cerca di costruire un’opera che non vuol ‘essere contro’, ma ‘costruire qualcosa’.
“Ognuno si batte a  suo modo”.

Barakat! (Basta!)

Algeria/Francia, 2006
Regia: Djamila Sahraoui
Sceneggiatura: Djamila Sahraoui, Cécile Vargafting
Fotografia: Katell Dijan
Montaggio: Catherine Gouze
Suono: Olivier Schwob
Musiche: Alla
Interpreti: Rachida Brani, Fettouma Bouamari, Zahir Bouzrar, Malika Belbey,Ahmed Benaïssa
Formato: 35 mm, col.
Durata: 90 min.
Versione originale: Arabo
Produzione: Les Films d’Ici, Arte France Cinéma, Entv Algérie, Bl Prod, Nomadis Images Distribuzione: WIDE

Sinossi

Barakat! Basta! Il titolo  stesso  del film  rivela una presa di  posizione  che ha il sapore di  una forte reazione  ad  uno stato  di  cose. Se poi a dire  basta si  scopre che sono due donne,  negli  anni 90, in  un’Algeria  immersa  nel  caos  e  in preda  al  fanatismo integralista, si capisce che il film  è quantomeno coraggioso. Primo  lungometraggio   di   fiction  della   regista   algerina   Djamila   Sahraoui,  il  film   narra   la   storia   di   due  donne, determinate  ad opporsi allo status quo imposto  dall’integralismo  islamico  che in quegli  anni seminava  terrore  e morte in tutto il Paese: siamo alla viglilia dello scoppio della guerra civile che ha sconvolto l’Algeria. Amel,  trentenne,  fa il medico  al  pronto soccorso  e dopo un’urgenza,  tornando a casa, non  trova il marito  Mourad:  é scomparso a causa dei suoi articoli ritenuti troppo coraggiosi e contrari al potere islamico. All’indifferenza    delle    autorità    nel    dare  risposte   significative    circa    la    sorte  del    marito,    fa  da  contr’altare    la determinazione di Amel che decide di mettersi alla ricerca di Mourad. A questa ardua avventura  si  unisce  anche Khadidja,  infermiera  sessantenne  che lavora nel  suo  stesso ospedale  e che, in giovinezza, ha fatto parte del fronte di liberazione algerino nella guerra contro i coloni francesi Le due amiche verranno catturate e imprigionate, ma riusciranno a salvarsi. Attraverso   il  film,  dichiara   la   regista:   “non  volevo   mostrare  donne   imprigionate   e   assoggettate,   né  eroine   non realistiche  che negano  loro stesse in nome  della  storia.  Ho  voluto  ritrarre  donne  in movimento  (…)  che vanno avanti nonostante gli ostacoli”. Ed  è proprio questo movimento, questo  viaggio “on the road” che permette  alle  due  protagoniste  di scoprirsi, nel bene e  nel  male,  nel  divario  generazionale  e nel  confronto tra  uomini  e donne,  ma anche nella  loro determinazione  nel resistere  ad una situazione  di  violenza  e terrore,  per dire  “Basta!” a qualsiasi  integralismo  che sia  lesivo  nei  confronti della dignità e delle persone.

Barons, Les (I Baroni)
Belgio/Francia, 2010
Regia: Nabil Ben Yadir
Sceneggiatura: Nabil Ben Yadir, Laurent Brandenbourger
Fotografia: Danny Elsen
Montaggio: Damien Keyeux
Suono: Dirk Bombey
Musiche: Imhotep (IAM)
Interpreti: Nader Boussandel, Mourade Zeguendi, Monir Ait Hamou, Amelle Chahbi, Julien Courbey, Jan Decleir, Melissa Djaouzl, Salah Eddine Ben Moussa
Formato: 35mm
Durata: 111 min.
Versione originale: Francese
Produzione: Sébastien Delloye, Diana Elbaum Entre Chien et Loup (BE) e Liaison Cinématographique (FR)
Distribuzione: Haute t Court, Laurence Petit

Sinossi

Ovvero come non crescere. Come trasformare l’inattività forzata in una filosofia di vita è l’ironica impresa in cui riescono un gruppo di giovani disoccupati della banlieue di Bruxelles. «Ogni passo ci avvicina sempre di più alla morte» è questa considerazione a regolare la vita dei “baroni”. Hassan, Aziz e Mounir si rifiutano di crescere, vogliono seguire i loro sogni e tirano a campare, riuscendo a ridere e scherzare, facendo dell’inattività un’arte. Tutto andrebbe per il meglio se solo non ci fossero le famiglie che la pensano in modo diverso. I barons resistono, ma ci sono due eccezioni: Malika, giovane e bella sorella che fa la giornalista, e Hassan che vorrebbe fare l’attore ma decide di andare incontro alle richieste della famiglia e inizia a lavorare per l’azienda di trasporto pubblico. Hassan è perdutamente innamorato di Malika che purtroppo è intoccabile, perché è la sorella di Mounir: è la legge della banlieue.

Guarda il trailer del film

Battle Of the Souls (La Battaglia delle Anime)

Uganda, 2007
Regia: Matt Bish (Matthew Bishanga)
Interpreti: Matthew Nabwiso, Joel Okuyo, Mwitta Athanas, Agnes Kebirungi, Nancy Karanja, Niyi Owolabi
Durata: 105 min.

Sinossi

Sullo sfondo di conoscenze misteriche connesse al possesso del libro dei segni, accadono incomprensibili ed inquietanti eventi. È in questo quadro che si inserisce la vicenda di Ryan, un giovane reporter che, in un solo giorno, perde la fidanzata ed il lavoro e, disperato, una sera trova, con i suoi amici, una valigetta piena di soldi lasciata in un bar dal misterioso Wycliffe. L’avidità inizia ad erodere il rapporto fra gli amici e Ryan, depresso e vulnerabile, accetta di entrare a far parte dell’organizzazione dell’uomo misterioso, lasciandosi sedurre dal fascino dei soldi e del crimine.
A chi la vittoria finale nella lotta fra il bene ed il male? Un film decisamente anomalo rispetto alla programmazione abituale di ImmaginaAfrica, che è stato appositamente selezionato nel contesto del festival della cinematografia di Zanzibar per una proiezione da realizzare in collaborazione con le associazioni di immigrati di area africana presenti sul territorio padovano in quanto ha più di una nota di continuità con la produzione video che regolarmente viene importata anche nella città di Padova e che, ignota a noi italiani, fa da sfondo alle attività quotidiane degli amici africani immigrati.

Behind this Convent (Dietro questo Convento)
Ruanda, 2008
Regia: Gilbert Ndahayo
Sceneggiatura: Gilbert Ndahayo
Montaggio: Gilbert Ndahayo
Versione originale: Kinyarwanda, Inglese (sottotitoli)
Durata: 127 min.
Produzione: Ndahayo Films
Premi: Zanzibar International Film Festival 2008 ( Verona Jury Award: Best African Feature Film; Signis Commendation: Best African Documentary)

Sinossi

Nell’aprile del 1994 la famiglia del regista, assieme a centinaia di altre persone che si erano nascoste in un convento non lontano da casa, è stata trucidata nel contesto del genocidio ruandese. Dopo il 2001, con l’istituzione dei gacaca che, nelle intenzioni degli ideatori, avevano il compito di favorire la riconciliazione tra vittime e carnefici, anche il regista si trova implicato in un processo di pubblico confronto che passa attraverso la ricostruzione dei delitti commessi contro la sua famiglia e la loro relativa documentazione. Una ricostruzione così dolorosa da rendere afasici, come testimoniano le ultime immagini del documentario in cui lo stesso regista, chiamato a confrontarsi con i carnefici, non trova quasi più le parole per domandare.
Il materiale filmato in questo contesto, assieme alla documentazione del pietoso recupero delle spoglie delle vittime, giacerà per anni nella sua camera, in attesa di decidere sulla sua utilizzazione. Una decisione che deve necessariamente passare attraverso un processo di elaborazione interiore, raggiunta anche con l’ausilio di atti pubblici, come lo scrivere il proprio dolore e bruciarlo in un contesto comune di condivisione. Il risultato sono 80 minuti di immagini pregnanti che costituiscono al contempo un prodotto di grande importanza storica, un documento attraversato da inquietanti interrogativi sulla responsabilità degli accadimenti e le trasformazioni in atto nella zona dei Grandi Laghi, una testimonianza di eccezionale potenza sul dolore, l’assurdità e la necessità del recupero del ricordo per rendere possibile l’elaborazione. Un lavoro che è un grido di denuncia intriso di pietà, per poter arrivare a dire “Padre, perdonami per non averti vendicato con il machete che ti ha ucciso”.

Black Gold. Struggle for the Niger Delta, The (Oro Nero. Lotta per il Delta del Niger)
Usa/Nigeria, 2010
Regia: Jeta Amata
Sceneggiatura: Jeta Amata
Fotografia: James M. Costello
Montaggio: Lindsay Kent, Adam Varney
Suono: Justin Scott Dixon Musica Joel Christian Goffin
Interpreti: Billy Zane, Tom Sizemore, Eric Roberts, Vivica A. Fox, Michael Madsen, Mbong Amata, Hakeem Kae Kazim and Sarah Wayne Callies
Durata: 110 min.
Versione originale: Inglese
Produzione: Amata Concepts, Rock City Entertainment, Wells Entertainment, Starkid Inc & Suzanne DeLaurentiis Productions

Sinossi

Dopo un’esplosione devastante, gli abitanti della regione del Delta-Niger in Nigeria decidono di opporsi al monopolio straniero dello sfruttamento del petrolio, che poggia sulla corruzione delle autorità nazionali e sulla violenza contro i cittadini. Condotto come un thriller, Black Gold dipana una fosca storia di corruzione, di morte e di lotta sullo sfondo di una catastrofe ecologica.

Guarda il trailer del film

Bon Anniversaire (Buon Compleanno)
2008
Regia: Hichem Yacoubi, Daniel Kupferstein
Sceneggiatura: Hichem Yacoubi, Daniel Kupferstein
Fotografia: Lucas Bernard, Nicolas Bitaud
Montaggio: Nicolas Sarkissian
Suono: Suzanne Durand, Claude Gazeau
Musiche: Nadhem Oueslati
Interpreti: Karine Huguenin, Ibtissam Belkacem, Samia Haddjaj, Olivier Mansart, Adrien Jeunemaitre, Hichem Yacoubi
Durata: 12 min.
Versione originale: Francese, Arabo
Produzione: Daniel Kupferstein
Distribuzione: Hichem Yacoubi

Sinossi

Nell’aprile del 1994 la famiglia del regista, assieme a centinaia di altre persone che si erano nascoste in un convento non lontano da casa, è stata trucidata nel contesto del genocidio ruandese. Dopo il 2001, con l’istituzione dei gacaca che, nelle intenzioni degli ideatori, avevano il compito di favorire la riconciliazione tra vittime e carnefici, anche il regista si trova implicato in un processo di pubblico confronto che passa attraverso la ricostruzione dei delitti commessi contro la sua famiglia e la loro relativa documentazione. Una ricostruzione così dolorosa da rendere afasici, come testimoniano le ultime immagini del documentario in cui lo stesso regista, chiamato a confrontarsi con i carnefici, non trova quasi più le parole per domandare.  Il materiale filmato in questo contesto, assieme alla documentazione del pietoso recupero delle spoglie delle vittime, giacerà per anni nella sua camera, in attesa di decidere sulla sua utilizzazione. Una decisione che deve necessariamente passare attraverso un processo di elaborazione interiore, raggiunta anche con l’ausilio di atti pubblici, come lo scrivere il proprio dolore e bruciarlo in un contesto comune di condivisione. Il risultato sono 80 minuti di immagini pregnanti che costituiscono al contempo un prodotto di grande importanza storica, un documento attraversato da inquietanti interrogativi sulla responsabilità degli accadimenti e le trasformazioni in atto nella zona dei Grandi Laghi, una testimonianza di eccezionale potenza sul dolore, l’assurdità e la necessità del recupero del ricordo per rendere possibile l’elaborazione. Un lavoro che è un grido di denuncia intriso di pietà, per poter arrivare a dire “Padre, perdonami per non averti vendicato con il machete che ti ha ucciso”.

C

Cemetery State (Stato-cimitero)
Repubblica Democratica del Congo, 2010
Regia: Filip De Boeck
Sceneggiatura: Filip De Boeck
Fotografia: Renaat Lambeets
Operatore: Philippe Orlinski
Montaggio: Els Voorspoels
Produzione: FilmNatie, Viewpoint Productions/Belgio-Olanda
Versione originale: Inglese
Formato: DigiBeta

Sinossi

Il cimitero di Kintambo è uno dei più vecchi e grandi cimiteri di Kinshasa, la capitale della Repubblica Democratica del Congo. Nel corso degli anni, la città ha progressivamente invaso il cimitero e le baraccopoli sono cresciute ai suoi fianchi. Tra queste c’è la popolata e poverissima area di Camp Luka, anche conosciuta come “The State”. Qui i vivi abitano vicino ai morti e i rituali di sepoltura sono divenanti momenti di cambiamento e contestazione dell’ordine sociale e politico.

Si è scritto…

Se tutte le culture hanno da sempre approntato specifici rituali per tollerare e dare senso a questo momento di passaggio della vita, a Kinshasa sembra che niente riesca più a garantirne una gestione rispettosa. Il regista ci consente di avvicinarci a questa problematica facendoci conoscere alcuni aspetti di una questione che inquieta i famigliari ed amici dei defunti e che trova ampio spazio anche nei telegiornali locali. Le tombe del cimitero di Kintambo, in buona parte invase dalla vegetazione, sono diventate luoghi in cui dormire, cucinare ed allestire mercatini, i bambini vi giocano a calcio e le abitazioni vengono costruite a ridosso.
Al contempo, in città, capita che i corpi di coloro che non hanno alle spalle una famiglia che possa sostenere i costi di un trasporto funebre rimangano abbandonati per giorni a cielo aperto. Paradossalmente, a fianco di tanta disgregazione, gruppi di giovani sembrano volersi reimpadronire di una qualche ritualità funeraria, ma i loro comportamenti mettono in atto forme di contrapposizione che indicano un vero e proprio rifiuto dell’autorità e risultano incomprensibili in primo luogo agli anziani. Sono soprattutto le morti dei giovani in buona salute a costituire inquietudine, tanto da alimentare sospetti di stregoneria verso i famigliari e spingere alla messa in atto di atti vandalici. Il tessuto culturale che, con i suoi rituali di accompagnamento delle salme e di rispetto dei luoghi di sepoltura, faceva un tempo da collante, mostra delle crepe evidenti e lascia il posto ad interrogativi pervasi da una generale percezione di sbando e insensatezza.
Il regista-antropologo belga Filip de Boeck che, come lui stesso afferma, ha fatto di Kinshasa la sua seconda casa, pone al centro del documentario alcuni rituali funerari presenti nella Repubblica Democratica del Congo. La narrazione è attraversata da un interrogativo di fondo: il presentarsi di comportamenti che risultano incomprensibili agli occhi della tradizione, in quanto non rispettano le più comuni norme di accudimento dei luoghi di sepoltura ed in quanto pongono in diretta contrapposizione le nuove generazioni e l’autorità degli anziani.

Chaos, Le
Egitto/Francia, 2007
Regia: Youssef Chahine, Khaled Youssef
Sceneggiatura: Nasser Abdel Rahman
Fotografia: Ramsis Marzouk
Montaggio: Ghada Ezzeddine
Suono: Mostafa Aly
Musica: Yasser Abdel Rahman
Interpreti: Khaled Saleh, Mena Shalaby, Youssef El Sherif, Hala Sedky, Hala Fakher, Dorra Zarrouk
Formato: 35 mm
Durata: 122 min.
Versione originale: Arabo
Produzione: 3B Productions
Distribuzione: Pyramide Production

Sinossi

Nel titolo Heya Fawda? (È questo il caos?) c’è già tutto il film, ambientato a Choubra, un quartiere popolare del Cairo. La bella Nour è insidiata da Hatem, un poliziotto corrotto e violento che ha trasformato la stazione di polizia del quartiere in un carcere in cui tortura chi è arbitrariamente detenuto. Nour rifugge alle attenzioni di Hatem ed è innamorata di Cherif, il giovane e integerrimo procuratore figlio della preside della scuola in cui lei insegna. A sua volta, Cherif è attratto da Sylvia, emblema di quel segmento della giovane borghesia cairota che di sicuro non riscuote la simpatia del regista, ricca e capricciosa, quanto priva di ideali. Quando Hatem, dopo l’ennesimo rifiuto, perde la pazienza, succede un caos, ma il caos vero è quello, politico e sociale, del malgoverno e della corruzione nel quale sprofonda non solo l’Egitto, ma il sistema mondiale. Nei numerosi interventi pubblici seguiti all’uscita del film, che ha avuto eco internazionale, Youssef Chahine ha più volte sottolineato che la critica che permea questa sua opera non si rivolge esclusivamente al contesto egiziano, ma è universale. Un’universalità che il pubblico e la critica occidentali faticano a riconoscere al cinema che viene dalle altre parti del mondo, ma che sempre più si profila come un elemento essenziale per la sua comprensione. Il Maestro ci ha lasciati pochi mesi fa con un’opera che forse è stata apprezzata più dai commentatori politici che dai critici cinematografici, ma che ha sicuramente il pregio di conciliare la critica sociale, elemento ricorrente nella sua opera, con il melo, genere che negli anni ’50 ha fatto la grandezza della cinematografia egiziana, utilizzando il tono sarcastico della dissacrazione caricaturale.

Chasseur et l'Antilope, Le (Il Cacciatore e l'Antilope)

Camerun, 2010
Regia: Narcisse Youmbi
Sceneggiatura: Abderrahman Denoun
Scenografia: Chahine Ladjouz
Animazione: Tayeb Cherfouh
Dir. Artistico: Djilali Beskri
Dir. Tecnico: Walid Benaissa
Dir. di Produzione: Djilali Beskri
Musiche: Wes Madiko
Formato: Animazione
Durata: 17 min.
Versione originale: Francese
Produzione: Dynamic Art Vision

Sinossi

Primo episodio della serie animata Papa N’Zenu racconta l’Africa, costituita da ben 52 episodi che raccontano la saggezza, il colore, la fantasia del continente africano. A questa serie partecipano vari registi originari dei diversi paesi da cui sono tratte le storie con le loro perle di saggezza. Le Chasseur et l’Antilope pone l’attenzione sulle promesse non mantenute che sono come gli alberi senza frutti.

Si è scritto…

“L’anziano N’Zenu racconta la storia di un cacciatore che salva la vita ad un’antilope. Questa, in cambio, gli offre due uova con poteri magici. Ma c’è una condizione: il cacciatore deve restituirgliele entro sette anni. Questa storia, ispirata ad un racconto tradizionale del Camerun, è adattata per lo schermo da un giovane illustratore camerunense in uno stile ritmico e colorato. Una storia che mostra come la tradizione sia garante del giusto rapporto tra uomo e natura.”

Cinémas d’Afrique; www.cinemasdafrique.asso.fr

“Il cortometraggio è accattivante in ogni scena, coerente, ricco di suoni e colori, e non manca di un apporto simbolico come nella presenza delle uova, che rimandano alla fertilità ed alla conoscenza. […] Uno degli obiettivi è quello di presentare l’Africa attraverso un biglietto da visita. Il continente, ricco di cultura e di vita, nel lavoro del giovane regista, si avvolge di fascino. Secondo Narcisse Youmbi l’animazione è attualmente l’unica forma che ispira l’emulazione tra gli artisti africani – spesso mal collegati tra loro – in quanto particolare declinazione del cinema che può fregiarsi del titolo di arte a sé.”

L.B. Ongolo, La Nouvelle Expression; www.lanouvelleexpression.info

 Scheda curata da Giovanni Rubin

Confession

Ruanda, 2007
Regia: Daddy Ruhorahoza
Sceneggiatura: Daddy Ruhorahoza
Fotografia: Meddy Saleh
Montaggio: Meddy Saleh
Suono: Daddy Ruhorahoza
Musiche: Bizab &Clement
Interpreti: Ayuub Kasasa Mago, Alice Kayibanda; Daddy Ruhorahoza, Natacha Muziramakenga
Durata: 15 min.
Versione originale: Kinyarwanda
Produzione: True Eyez Production
Distribuzione: Daddy Ruhorahoza

Sinossi

Ruanda. In una collina fiorita una giovane donna raccoglie piante; è sola. Un uomo la vede, la desidera, la prende a forza, l’abbandona. Di lei non saprà più nulla. Quello stesso anno correva l’anno del genocidio. La memoria dello stupro assedia da allora i giorni e le notte del violentatore che, dopo 13 anni, trova il modo e il coraggio per confessarsi. Con mano sicura, Daddy Ruhorahoza punta all’indicibile, al baratro che segna il “dopo” di gesti e azioni. Per farlo, si muove per accostamenti, non necessariamente o immediatamente omologhi, di traiettorie individuali (lo stupro) e collettive (il genocidio). Lo stile adottato dal giovane regista, che lavora immagini depurate e severamente controllate, serve forse a tenere ben saldo il timone in questa esplorazione, in mare aperto, delle profondità oscure dell’animo umano.

Si è scritto…

“Questo genocidio ha portato ai terribili problemi degli orfani, delle menomazioni fisiche e soprattutto dei drammi personali. Ha procurato un milione di morti ma restano tre milioni di vivi che soffrono il loro dramma individuale. Nel mio cortometraggio Confession non mi occupo delle terribili sorti dei morti ma del dramma dei sopravvissuti, di come sia stato possibile la perdita di Dio in una popolazione al 99% cristiana, di come ci sia anche nell’omicida e nel carnefice un peso di tale portata che lo serba dentro con immensa sofferenza.”

Intervista di F. Monduzzi e G. Botteri a Kivu Ruhorahoza su Non Solo Cinema; www.nonsolocinema.com

“È una storia di smarrimento tra rimorso e responsabilità, tra la giustizia divina e quella degli uomini, tra coraggio e codardia. Il Ruanda post-genocidio di Confession mette in risalto le dimensioni necessarie della riflessione e del perdono. Invita a un impegno artistico, sociale, morale, dando un contributo affinché il cinema sia una degna rappresentazione della realtà e della vita di cui è espressione.”

Time for Africa; www.timeforafrica.it

Scheda curata da Giovanni Rubin

Congo in Four Acts (Congo in Quattro Atti)
Repubblica Democratica del Congo/Sudafrica, 2009
Regia: Patrick Ken Kalala, Kiripi Katembo Siku, Divita Wa Lusala, Dieudo Hamadi
Sceneggiatura: Patrick Ken Kalala, Kiripi Katembo Siku, Divita Wa Lusala, Dieudo Hamadi
Fotografia: Deschamps Matala, Divita Wa Lusala
Suono: Stash Couvaras
Durata: 72 min.
Versione originale: francese, inglese
Montaggio: Divita Wa Lusala, Ronelle Loots, Frederic Massiot
Produzione: Suka! Production&nbsp

Sinossi

Il film, composto di quattro cortometraggi documentari realizzati da filmakers congolesi, è il risultato di un workshop di produzione, regia e montaggio. Al centro, la vita quotidiana nella Repubblica Democratica del Congo. Ladies in Waiting descrive il dramma di madri che hanno partorito e non possono lasciare l’ospedale perché non sono in grado di pagare le spese. Simphony Kinshasa è un viaggio nelle disastrose condizioni delle infrastrutture nella capitale del Congo. Shrinking Press, attraverso la lotta di una giornalista, figlia di un giornalista ucciso per le sue opinioni, racconta le limitazioni della libertà di parola in Congo. After the Mine mostra le condizioni di estrema povertà e malattia in cui vivono gli abitanti della città mineraria di Kipushi.

Si è scritto…

“Cuore di tenebra”, il Congo rimane anche ai nostri giorni lo spazio immenso in cui il resto del mondo proietta le proprie idee. Con questo film, dei giovani cineasti congolesi reagiscono a queste attribuzioni offrendo degli sguardi dall’interno. La loro macchina da presa penetra differenti microcosmi.

www.africinè.org

Quattro documentari che condividono la stessa ansia di non andare tanto per il sottile, di dire le cose nella loro crudezza viscerale. Ecco il denominatore comune di tutti questi film, in cui la miseria gode nel mostrarsi in tutte le sfaccettature e in tutti i suoi estremi.

F. Bationo, Un récital de cauchemars et de désespérance, www.africinè.org

Conte à Rebours (Conto alla Rovescia)
Tunisia/Francia, 2006
Regia: Fitouri Belhiba
Sceneggiatura: Fitouri Belhiba
Fotografia: Fitouri Belhiba
Montaggio: Stephanie Schories
Suono: Stephanie Schories
Durata: 52 min.
Versione originale: Arabo
Produzione: Filfil films
Distribuzione: Filfil Films

Sinossi

Il regista ripercorre uno dei luoghi più cari alla letteratura mondiale e di tutti i tempi: il viaggio come metafora della vita e della morte. Un viaggio attraverso la Tunisia meno conosciuta, al di fuori dai circuiti turistici e commerciali, dal lago di sale ai villaggi berberi dell’entroterra, in compagnia di Abderrazzak, un autista che accompagna un gruppo di persone verso il luogo sacro nel deserto in cui officia Ouma Sakras, famosa guaritrice. Il viaggio diventa un’occasione per narrare ed ascoltare le storie di Ali el-Hachichi, che ruotano tutte intorno al tema della morte e, nella magia della narrazione, sospendono il tempo. Si apre uno spazio per riflettere su uno dei temi che più inquieta gli uomini. Senza assumere toni drammatici, il regista ci accompagna attraverso un viaggio nella cultura popolare tunisina, in cui perfino la fossa che viene scavata per i defunti può diventare oggetto di battute scaramantiche, volte ad esorcizzare la paura ed effettuate in punta di piedi, poiché in realtà “non bisogna mai scherzare con la morte”. Del gruppo in viaggio fa parte anche un Imam, come a suggerire l’intreccio tra religione e credenze popolari, aprendo piccoli scenari in cui la ritualità funebre musulmana ha un proprio spazio ed inserendo nel contesto del viaggio alcune prassi quotidiane della religione islamica. Così come in una delle storie narrate dai viaggiatori, emerge una delle tematiche portanti della fede musulmana: l’intenzione sottesa alle opere. Viaggio materiale attraverso la Tunisia e viaggio a ritroso nella memoria, tra road movie e documentario che, come è abitudine del regista, non rinuncia a qualche nota poetica.

Conte de Faits, Un
Tunisia/Belgio/Francia/Regno Unito, 2010
Regia: Hichem Ben Ammar
Sceneggiatura: Hichem Ben Ammar
Riprese: Hatem Nechi (Tunis, Londres), Abdessabour Belarbi, Hichem Ben Ammar, Rabii Messaoudi (Tunis), Anne Closset (Bruxelles), Louise Purnell (Londres), Elodie Colomar, Walid Mattar (Paris)
Suono: Tarek Ben Gzaïel, Aymen Braïek, Yazid Chebbi
Direttore del suono: Samed Hajji
Mixage: Mohsen El Matri
Montaggio: Inès Chérif
Produzione: 5/5 Productions – Tunis
Formato: video
Versione originale: arabo, inglese

Sinossi

A Ben Arous, nella periferia di Tunisi, un trombonista di fanfara sogna che il figlio Annes diventi un grande e apprezzato musicista. Annes ha undici anni e, appropriandosi del sogno del padre, sviluppa attitudini fuori dal comune imparando a suonare il violino. Hichem Ben Ammar, con lo stile del documentario diaristico e in maniera discreta, silenziosa, piena di partecipazione, segue il padre e il figlio per due anni, dal 2007 al 2009, nelle tappe che portano Annes da Tunisi in giro per l’Europa, da Parigi a Bruxelles a Londra, filmando le audizioni come i momenti di vacanza e di relax. Fino a quando Annes, quasi quattordicenne, accede alla prestigiosa Yehudi Menuhin School e prosegue nei suoi progressi musicali…

Si è scritto…

Con la sua quarta fatica, il cineasta sembra rappresentare, da solo, l’attuale panorama del documentario del cinema tunisino. Vi sono, certo altri nomi che cominciano a distinguersi […] ma devono ancora affrontare la prova del tempo. […] In tutti i suoi film, i personaggi sono presi dalla passione di un progetto da realizzare: la musica, la boxe, la pesca, lo spettacolo. Questa passione non tocca solamente l’individuo ma è condivisa da un gruppo, da una categoria. Questo amore travolgente acquista valore solo nel momento in cui si è prodotto il confronto con se stessi e il superamento di tutti ciò che ostacola il cammino verso la realizzazione del desiderio […] D’altra parte, le sceneggiature di Hichem Ben Ammar sono costruite e, forse, addirittura messe in scena, come dei film di finzione. L’altro aspetto affrontato in tutti i suoi film, sempre sullo sfondo, è l’opposizione che si produce tra l’individuo, che rappresenta un gruppo o una categoria, e l’istituzione, sia essa amministrativa, familiare, sociale o religiosa […] È in questa direzione che i film del cineasta acquistano una connotazione politica.

N. Sardi, Entre rêves et frustrations, in Ecrans de Tunisie, gennaio 2010, ora in www.africiné.org

Cousines (Cugine)
Algeria, 2004
Regia: Lyes Salem
Sceneggiatura: Lyes Salem
Fotografia: Nathanaêl Louvet
Montaggio: Florence Ricard
Suono e musiche: Nicolas Provost
Interpreti: Avec Bouchra Akbi, Antar Cheddadi, Lamia Cherfouh, Zineb Kortebi
Formato: 35 mm – col
Durata: 31 min.
Versione originale: Arabo
Produzione: Dharamsala
Distribuzione: Dharamsala e Unifrance
Premi: Clermont- Ferrand 2003( Prix Attentino Talent FNAC)

Sinossi

Secondo cortometraggio di Lyes Salem, ancora sulla realtà delle generazioni beur, che mette a confronto le esperienze di due cugini cresciuti in terre diverse.
Driss che vive a Parigi, ma ogni anno torna ad Algeri: si coglie subito il clima di calore e di festa nell’incontrare genitori e parenti. Driss gode della simpatia delle cugine che lo sentono aperto e sensibile ai loro problemi ed è anche molto legato al cugino Amrane, ma nel loro rapporto emerge un’incomprensione: venendo da fuori, Driss sembra non capire più la mentalità del suo Paese e il suo modo d’agire e di pensare è considerato eccessivo, trasgressivo, mentre il cugino convive con la tradizione e la società algerina che impongono le loro regole.
C’è, inoltre, una linea che divide il mondo degli uomini da quello delle donne e tale separazione si è fatta ancora più netta in città, con la minaccia integralista che si esprime nell’assassinio di una ragazzina che non portava il velo. La notizia dell’avvenimento sconvolge i già difficili equilibri all’interno della famiglia: Driss prende posizione a favore delle donne, ma si scontra con Amrane che vuole proteggere la sorella negandone la libertà.
Il film dà una nuova luce al ruolo sempre più marcato e importante delle donne nella società algerina, determinate a far valere il diritto ad essere libere, a qualsiasi costo. La loro presenza costituisce una critica sociale nei confronti di molte situazioni che impediscono di evolvere verso orizzonti di maggiore libertà e rispetto. Non si vuole alludere ad una possibilità di cambiamento che provenga dall’esterno già preconfezionata, bensì ad una ricerca e ad un cammino da fare insieme: uomini e donne, tradizione e modernità, dall’interno e dall’esterno.
Prevale alla fine un forte senso di speranza affidato al coraggio di esporsi, di uscire alla luce del sole, senza essere destinati a seguire l’immutabile ombra che oscura anche il desiderio di sentirsi vivi e felici e senza fuggire la realtà.

C'est Dimanche! (È Domenica!)
Algeria/Francia, 2008
Regia: Samir Guesmi
Sceneggiatura: Samir Guesmi
Fotografia: Pascale Marin
Montaggio: Pauline Dairou
Suono: Julien Sicart
Musiche: Shantel
Interpreti: Simon Abkarian, Djemel Barek, Elise Oppong; illiès Boukouirene
Formato: 35 mm
Durata: 31 min.
Versione originale: Francese
Produzione: Kaleo Films
Distribuzione: Kaleo Films
Premi: Festival International du Court Mètrage de Clermont-Ferrand 2008 (Premio del Pubblico)

Sinossi

Ibrahim vive in Francia con il padre. Ciascuno sembra vivere la propria vita: Ibrahim impacciato nel gestire emozioni sentimentali e attrazione nei confronti della coetanea Fatou, il padre, severo e lontano. Una brutta nota scolastica da far firmare a casa provoca una serie di equivoci. Ibrahim fa, infatti, credere al padre che il foglio che sottopone alla sua firma sia un diploma. Il vortice di situazioni impreviste scatenato da questa bugia produrrà sofferenza, ma porterà anche ciascuno dei due, padre e figlio, ad aprirsi all’universo dell’altro, scoprendone timori, debolezze, aspirazioni. A mediare tra questi mondi maschili, prossimi e lontani, sarà Fatou, che spinge l’amico a volgersi verso questo ‘familiare-estraneo’ per cercare di comprenderne le ragioni. Il motivo dell’incapacità di leggere, detonatore narrativo, traccia una pluralità di percorsi, che trova visualizzazione nell’attraversamento dei quartieri cittadini. La recitazione degli attori e la loro direzione colpiscono per la capacità di suscitare una provocazione fisica delle emozioni. L’insieme narrativo stimola molteplici riflessioni, come quella relativa alle diverse sfaccettature di cui sono composte le personalità e alle semplificazioni stereotipiche che fanno troppo spesso da sfondo alla nostra percezione dell’alterità.

D

Daratt
Ciad/Francia/Belgio/Austria, 2006
Regia: Mahamat-Saleh Haroun
Sceneggiatura: Laora Bardos Hubert
Fotografia: Abraham Haile Biru
Montaggio: Marie Melene Dozo
Musica: Wasis Diop
Interpreti: Ali Bacha Barkai, Youssouf Djaoro, Aziza Hisseine
Formato: 35 mm
Durata: 95 min.
Versione originale: Francese, Arabo
Produzione: Chinguitty Films
Distribuzione: Lucky Red
Premi: Premio Speciale della giuria, dell’Human Rights Film Network e dell’UNESCO e menzione speciale della giuria Signis alla 63esima Mostra Internazionela d’Arte Cinematografica di Venezia 2006. Bronze Etalon de Yennega, Premio per la Migliore Cinematografia e Premio dell’Unione Europea alla XX edizione del Fespaco del 2007. Premio Amnesty International al Motovun Film Festival (Croazia, 2006).

Sinossi

Secchezza delle immagini, delle storie, dei sentimenti colti nella loro essenzialità. Secchezza, non aridità. Il film mette in scena con incredibile efficacia, pulizia e, al contempo, complessità, tematiche dalla forza dirompente, si apre su interrogativi lancinanti, con tutta semplicità palesa scenari imprevedibili e lascia allo spettatore l’eredità di una soluzione-quesito su cui non potrà non tornare a riflettere ed interrogarsi.
Un film intenso, di assoluta maturità stilistica, che porta sullo schermo non solo una storia intrisa di significati, ma anche l’interrogativo sulle possibilità di condivisione di quei significati stessi, sul senso del mettere in scena gli accadimenti e sulle immani difficoltà della comunicazione.
Importante l’esordio: in Ciad è ormai terminata la guerra civile che dal 1965 per più di quaranta anni ha devastato il Paese facendo decine di migliaia di morti ed un comunicato radio annuncia la fine dei lavori della commissione Giustizia e Verità. Nella prospettiva di un futuro di pace, la Commissione ha optato per un’amnistia dei crimini; vittime e carnefici, come altrove, sono chiamati a trovare delle forme di convivenza, a bandire la vendetta dai loro scenari, rimuovendo o elaborando il ricordo di ciò che è stato. Un compito arduo, una difficoltà emotivamente e cognitivamente impegnativa.
L’itinerario del sedicenne Atim si inscrive in questo scenario: intento a mettere via la giacca militare, riceve dalle mani dello zio una pistola ed il compito di rintracciare l’uomo che ha ucciso suo padre, perché giustizia sia fatta. Già tutti gli ingredienti sono sulla scena: la tentazione della semplificazione morale, la problematicità esistenziale, la complessità della rete di significati che intessono le vicende umane. Che cosa è giusto e possibile fare?
Giunto a N’djamena Atim s’imbatte in Nassara, il responsabile della morte del padre, il quale, ignorando le intenzioni del ragazzo, lo accoglie nella propria panetteria. Fra i due prende forma un rapporto ambivalente e sfumato, fatto di slanci contenuti e di esitazioni palesate, nel contesto di una relazione attraversata dalla difficoltà di parola e Atim si troverà a confrontarsi con una realtà che, in quanto tale, non può mai essere dipinta con i colori semplici del manicheismo.
“Per fare il pane ci vuole cura e amore”, è questo il lievito del pane/della relazione: il ragazzo gradualmente apprende l’arte della panificazione, ma nell’apprendistato cui si sottopone non mancano i momenti di difficoltà. Accade talvolta si sbagli l’impasto, per eccesso o per difetto: il lievito viene trascurato ed il pane risulta immangiabile, ma può anche verificarsi un eccesso di slancio – la prefigurazione di un’adozione di Atim da parte di Nassara – che risulterà altrettanto indigeribile. Così come progressivamente si sbriciola sotto i nostri occhi la semplice costruzione narrativa della vendetta, altrettanto avviene per l’ipotesi di una tranquillizzante rappacificazione. C’è forse una terza via percorribile, che con maestria Mahamat-Saleh Haroun affida alla bellissima scena finale di un film straordinario.

Déjà Loué (Già Affittato)
Repubblica Democratica del Congo/Francia, 2004
Regia: Meiji U Tum’si
Sceneggiatura: Meiji U Tum’si
Fotografia: Alexandre Ogou
Montaggio: Alexandre Ogou
Suono: Stephane Konaté
Interpreti: Naila Liscia, Manie Molon, Rosine Young, Thierry Simonnet, West Gomez
Formato: video, col.
Durata: 11 min.
Versione Originale: Francese
Produzione: Utum’si Creation
Coproduzione: Olivier Makoumbou, AMO PRODUCTION (Sénégal)
Distribuzione: Utum’si Creation

Sinossi

Claire Legrand è un’agente immobiliare. Bella, intelligente e dinamica, sta per firmare un contratto di lavoro con un’importante agenzia immobiliare parigina. Una giornata d’appuntamento tra le quattro mura di un’appartamento e poi la telefonata di conferma per il lavoro. Così contenta chiude la porta in faccia all’ultimo cliente, un africano che insiste e che lei respinge.

Délice Paloma
Algeria, 2007
Regia: Nadir Moknèche
Sceneggiatura: Nadir Moknèche
Fotografia: Jean-Claude Larrieu
Montaggio: Ludo Troch
Suono: Francois Waledisch
Musiche: Pierre Bastaroli
Interpreti: Biyouna, Nadia kaci, Aylin Prandi, Daniel Lundh, Fadila Ouabdesselam, Lyes Salem, Nawel Zmit, Abbes Zahmani, Attica Guedj, Hasfa Koudil, Ahmed Benaissa
Formato: 35 mm
Durata: 134 min.
Versione originale: Francese, Arabo
Produzione: Sunday morning production
Distribuzione: Les films du Losange

Sinossi

“Je pense à toi Paloma” è la canzone che Zineb Agha sente nel taxi che la accompagna dal carcere alla sua casa di un tempo, oggi abbandonata e spogliata di tutto. “E’ una storia vera” – dice il conducente- “A me lo vieni a dire…”, risponde lei sottovoce. Nei lunghi flash-back attraverso i quali Zineb narra la sua storia, scopriremo che Paloma è il nome d’arte di una ragazza conosciuta in un periodo fatto di sogni sciagurati, ma pur sempre sogni, quando tutti conoscevano Zineb come Mme Aldjeria e lei, nel bailamme dell’Algeria degli anni ‘90, non si considerava una mafiosa, ma una “benefattrice nazionale”, mentre amministrava giri di mazzette a politici corrotti, avvenenti accompagnatrici e ricatti a uomini d’affari. Il tutto per realizzare un sogno: comprare le Terme di Caracalla, e farne Le Terme di Aldjeria. Non è l’Algeria della guerra civile e dei diritti violati delle donne quella che ci racconta Nadir Meknèche nel suo ultimo film. Delice Paloma è l’epopea disgraziata di una donna che naufraga nei suoi sogni, ma i toni della narrazione, ben lungi dalla tragedia, ricordano di più quelli della commedia dolceamara di stile almodovariano. Commedia dai colori intensi, abitata da personaggi vivaci, cui gli attori, in particolare la stupenda Byouna (Zineb Agha/Mme Aldjeria) conferiscono un vigore eccezionale.

Delwende
Burkina Faso/Francia/Svizzera, 2005
Regia: S. Pierre Yameogo
Sceneggiatura: S. Pierre Yameogo
Montaggio: : Jean-Christophe Ané.
Musiche: Wasis Diop
Interpreti: Blandine Yameogo, Claire Ilbuoudo, Celestin Zongo, Abdoulaye Komboudi, Daniel Kabore, Thomas Gourma, Jules Taonassa
Formato: 35 mm, col.
Durata: 90 min.
Versione Originale: Arabo, Berbero
Produzione: Dunia Production & Les Films de l’Espoir
Distribuzione: Dunia Production

Sinossi

Il piccolo villaggio in cui vive la giovane Pougbila, in Burkina Faso, è in subbuglio: un’epidemia sconosciuta miete numerose vittime; nei dintorni infatti sparizioni e misteriose morti di ragazzini e fanciulle fanno pensare che ci sia qualcuno che usi arti magiche per uccidere.
La madre di Pougbila, assumendo il ruolo di capro espiatorio, viene accusata di essere una “mangiatrice di anime”, la causa dell’epidemia. E’ così costretta all’esilio: bandita dal villaggio, i cui abitanti seguono i costumi ancestrali che rappresentano la legge. Comincia per lei un lungo percorso attraverso le assolate terre saheliane; la figlia, convinta della sua innocenza, la cerca tenacemente, anch’essa allontanata da tutti perché parente di una “strega”.

Demain, Alger? (Domani, Algeri?)

Algeria, 2011
Regia: Amin Sidi-Boumédiène
Sceneggiatura: Amin Sidi-Boumédiène
Fotografia: Mohamed Laggoune
Montaggio: Amin Sidi-Boumediène
Suono: Pierre Henry
Interpreti: Nabil Asli, Aida Ghechoud, Houssam Herzallah, Amine Mentseur, Mehdi Ramdani
Durata: 20 min.
Versione originale: Arabo, Francese
Produzione: Thala Films Production
Distribuzione: Thala Films Production

Sinossi

Tre ragazzi stanno discutendo ai piedi del loro palazzo. La loro conversazione è sul viaggio del loro migliore amico e su uno strano evento che dovrebbe accadere il giorno dopo. Al piano superiore Fouad sta preparando il suo bagaglio. Non sa ancora se avrà il coraggio di dire addio ai suoi amici.

Si è scritto…

“Non c’è una vera ragione dietro la realizzazione del corto. Ho semplicemente voluto trattare un argomento storico attraverso una generazione che vi ha preso parte. È stato mio fratello ad ispirarmi la storia e il personaggio principale: a partire da un’amicizia e da un dramma privato si arriva ad una ben più ampia prospettiva nazionale. Che la fine delle riprese sia coincisa con l’inizio della rivolta in Tunisia mi ha stupito, come successo a tutti. Finito di girare, qualcuno mi aveva detto che l’argomento era obsoleto, mentre secondo me la rivoluzione era molto più probabile in Algeria, dove era forte il problema degli harraga (i giovani che migrano all’estero, NDC). Questo perché era facile che coloro che non avevano la possibilità o che non avevano il coraggio di partire si sarebbero rivoltati.”

Intervista di F. Marouf ad Amin Sidi-Boumédièn su Le Soir; www.lesoir-echos.com

“Il regista non ha cercato di dare una visione realistica degli eventi, ma di idealizzarli attraverso una storia molto personale. Proprio per questo il cortometraggio, elegante e sensibile, è ben riuscito, cioè perché è capace di rendere il vuoto che circonda i personaggi e l’angoscia che condiziona il loro agire.”

M. Pasquier, su Critikat; www.critikat.com

Scheda curata da Giovanni Rubin

Deweneti

Senegal, 2006
Regia: Dyana Gaye
Sceneggiatura: Rémi Mazet
Fotografia: Rémi Mazet
Montaggio: Gwen Mallauran
Suono: Alioune M’Bow
Musiche: Baptiste Bouquin
Interpreti: Abbasse Ba, Thierno N’Diaye, El Hadj Dieng, Coly M’Baye, Oumar Seck, Nianga Diop, Yalli Diagne, Moustapha Gaye
Formato: 35 mm, col.
Durata: 15 min.
Versione originale: Wolof
Produzione: Andolfi Production
Distribuzione: Andolfi Production
Premi: Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina 2006 (Premio Cinit).

Sinossi

Ousmane è un bambino che, in modo ingegnoso, vive di piccolo stratagemmi percorrendo le vie di Dakar. Non si può dire che sia un mendicante (ogni immagine stereotipata è, qui, fuori luogo): la sua inventiva e finezza relazionale gli fanno cogliere con efficacia, sempre, i tratti peculiari dell’altro: sa leggere nelle situazioni, nella dinamica delle relazioni, rinunciare quando la via non è davvero percorribile, ma anche, forse con più frequenza, individuare i punti di accesso al desiderio dell’altro e ottenere quello che chiede non per pietismo, ma irretendolo in un gioco da cui è pressoché impossibile districarsi e tirarsi indietro. Se incontra la storia di Babbo natale, si può essere sicuri che saprà trarne i suoi frutti e nella generosità di ogni suo gesto si compirà il miracolo…
Un prodotto di semplice poesia intriso di ottimismo: il breve film che Dyana Gaye ci presenta, seppure nella sua semplicità, con la sua freschezza ha tutto per piacere. Non è un film di critica sociale, ma, ciononostante, un film che può dare spunti di riflessione a una società dell’opulenza in cui tutto viene fatto con spirito di profitto, invece che con quella generosità del dare e ricevere (perché bisogna anche saper ricevere) che è propria dei sani rapporti d’amore. Un amore per la vita, di cui il piccolo Deweneti, dall’alto dei suoi sette anni d’età, sa dare felice testimonianza.

Dohawa - Buried Secrets (Segreti Sepolti)
Tunisia, 2009
Regia: Raja Amari
Fotografia: Renato Berta
Suono: Patrick Becker
Montaggio: Pauline Dairou
Scenografia: Kais Rostom
Costumi: Nabila Cherif;
Interpreti: Hafsia Herzi, Sondos Belhassen, Wassila Dari, Dhaffer L’Abidine, Rim El Benna
Produzione: Nomadis images, Akka Films, Les films d’ici
Durata: 91 min.
Formato: 33 mm.
Versione originale: Arabo
Distribuzione: Fortissimo Film Sales

Sinossi

Aicha, Radia e la loro madre vivono, segregate dal mondo, nell’alloggio per domestici di una casa abbandonata. Il precario equilibrio delle loro vite quotidiane è scosso dall’arrivo di una giovane coppia trasferitasi nell’alloggio principale. Si crea una bizzarra coabitazione tra la coppia e le tre donne che decidono di non rivelare la loro presenza a questi indesiderati vicini. Tuttavia non possono andarsene dopo aver vissuto così a lungo nascoste in un eremo che custodisce segreti sepolti nel profondo del cuore. Ma Aicha, la sorella minore, è attratta dai nuovi arrivati…

Si è scritto…

“Raja Amari isola i suoi personaggi e fa incontrare e scontrare due mondi opposti e due mentalità completamente diverse, isolandole in un ideale campo da gioco: non ci sono che loro nella cornice, suggestiva e inquietante, della vecchia casa che protegge, nasconde e cattura. Il rapporto tra le tre donne è viscerale e inquietante, dipendono l’una dall’altra, si nascondono a vicenda vizi e desideri segreti che tentano di reprimere ma che di volta in volta non trattengono. […] Dowaha è un thriller al femminile profondamente angosciante: la regista, che è anche sceneggiatrice, riflette sulla condizione della donna, sulla repressione sessuale, sulle paure e sulla morale che opprime.”

A. Casalini, Cinemafrica. Africa e diaspore nel cinema; www.cinemafrica.org

Dounia - Kiss me not on my eyes
Egitto/Francia/Libia/Marocco, 2005
Regia: Jocelyne Saab
Sceneggiatura: Jocelyne Saab
Fotografia: Jacques Bouquin Montaggio: Claude Reznik
Suono: Fawzi Thabet
Musiche: Jean-Pierre Mas, Patrick Legonie
Interpreti: Hanane Turk, Mohamed Mounir, Aida Riad, Fathi Abdelwahab, Sawsan Badr
Formato: 35 mm, col.
Durata: 112 min.
Versione originale: Arabo, Francese
Produzione: Jocelyne Saab
Distribuzione: Jocelyne Saab

Sinossi

Film tutto al femminile che ci parla dell’amore, della donna e della sua corporeità, del desiderio e dei suoi tabù, in un contesto di repressione.
Dounia, ventitreenne di Luxor, dopo gli studi di letteratura al Cairo si avvicina alla danza orientale e intraprende un viaggio sulle orme della madre – famosa danzatrice del ventre scomparsa – che la porta alla scoperta della propria corporeità, tra il fascino di una tradizione araba che appartiene al passato e le inibizioni del mondo arabo contemporaneo. Incontra Beshir, poeta sufi, intellettuale e letterato, che darà una svolta alla sua vita tormentata: grazie a lui scoprirà il piacere dei sensi e delle parole, a lungo assaporato solo sulle pagine dei libri.
Tutto il film è accompagnato da un anelito che, in modo progressivo e viscerale, emerge con forza ad esprimere il proprio desiderio e la propria sensualità, ponendosi come segno di contestazione rispetto a una società che detta i suoi tabù.
È inevitabile la scelta della regista nel mostrare che la tradizione si può ritrovare tanto nella letteraratura di Le mille e una notte, quanto nei film e nelle canzoni di qualche decennio prima e che oggi rischiano di essere tacciati di oltraggio. Non a caso la storia di Dounia, a partire dall’escissione subita, è altamente simbolica e fa sì che la ricerca ed il percorso da lei compiuto siano rappresentazione di una battaglia per tutte le donne. L’arte (in questo caso anche il cinema) diventa lo strumento attraverso il quale si attua la mediazione, per esprimere sensualità, desiderio, passione. Proprio per questi aspetti, l’iter del film (durato sette anni) ha incontrato molte resistenze e censure. Ogni tappa, dalla sceneggiatura alla realizzazione, è stata una battaglia, e la stessa difficoltà di trovare le attrici dice quanto forte sia stato il condizionamento culturale.
Tra le righe, Jocelyne Saab vuole tuttavia dimostrare che la cultura araba non è solo fondamentalismo: in essa c’è amore, sensualità, poesia, corporeità.

E

En Attendant les Hommes (Aspettando gli Uomini)
Marocco, 2007
Regia: Katy Lane Ndiaye
Sceneggiatura: Katy Lane Ndiaye
Fotografia: Herman Bertiau
Montaggio: Yannik Leroy
Suono: Helene Lamy-Au-Rousseau
Musiche: Erwin Vann
Formato: Video
Durata: 56 min.
Versione originale: Arabo
Produzione: Neon Rouge production
Distribuzione: Neon Rouge production

Sinossi

Con En attendant les hommes Katy Léna Ndiaye prosegue la propria personale inchiesta iniziata con Traces, empreintes de femmes, continuando a dare la parola alle donne.
Il suo primo film nasce come reportage sull’attività delle donne di un villaggio del Burkina Faso alle quali si deve la decorazione murale delle case, reputata per la bellezza dei motivi e dei colori; a partire da questo motivo, l’ambito indagato si allarga, toccando il tema della trasmissione e del rapporto tra tradizione e modernità. Con En attendant les hommes ci trasferiamo a Oualata, “città rossa” all’estremo oriente della Mauritania, dove, in continuità con il lavoro precedente, ancora una volta le donne si occupano di decorare le case; cambia, invece, la tematica trattata. Tre donne, ciascuna con la propria personalità e carattere, ci parlano della loro vita, del loro modo di porsi nelle scelte e nei rapporti con gli uomini, che si trovano a lavorare lontano. Non un film sui problemi che riguardano le donne, ma un film su tre donne, tre distinte persone: è questo il tratto incisivo della proposta della regista, che ci rivela la multiformità dei modi di essere e di interpretare la vita e lo stesso essere donna nella complessità di un mondo che, con lo sguardo della distanza, tenderemmo a rinchiudere in un’immagine stereotipata. Ostinatamente, l’occhio dell’obiettivo si posa sui loro volti e sui loro corpi che la luce incide ed esalta, regalandoci immagini di grande bellezza ed importanti elementi di riflessione critica ed autocritica.

Enfants dans les Arbres, des (Dei Bambini sugli Alberi)
2009
Regia: Bania Medjbar
Sceneggiatura: Bania Medjbar
Fotografia: Elin Kirschfink
Montaggio: Laurent Rouan
Suono: Olivier Laurent, Jean Christophe Julé
Musiche: Gabriel Yared, Isaac Albeniz
Interpreti: Dorian Aîssa, Sabrina Benhamed, Laetitia Bossetti, Benaissa Ahaouari, Faridah Benkhetache
Produzione: La Luna Productions – Algeria/Francia
Versione originale: francese
Durata: 26 min.

Sinossi

Un racconto di periferia dai toni magico-realistici. Karim e la sorella Coralie vivono con la madre in una cité che sovrasta Marsiglia; ogni mattina osservano da lontano l’edificio della prigione dove è rinchiuso il padre e ascoltano la radio che manda messaggi ai detenuti: una conversazione sempre a senso unico; per Karim è come “parlare all’aria”. All’ennesima perquisizione della casa da parte della polizia, i due bambini si lanciano in bicicletta verso un viaggio iniziatico nella città con il sogno utopico di liberare il padre.

Si è scritto…

“È normale che i bambini sognino di trovare una porta segreta nascosta in un armadio. Karim et Coralie sognano di trovare la chiave che aprirà la porta delle Baumettes: un universo sorprendente li attende”

Huitième Festival Provence Terre de Cinéma

“Il Panorama di Cinémas du Maghreb propone un appuntamento annuale per esplorare e strigere legami con una cinematografia complessa che si costruisce tra diversi paesi e che trova ispirazione nel mondo contemporaneo e nella permanenza della propria identità […] Il cuore del pubblico ha pulsato per Des enfants dans les arbres.”

Panorama des Cinémas du Maghreb 2010, www.africiné.org

Enfant Endormi, L' (Il Bambino Addormentato)
Belgio/Marocco, 2004
Regia: Yasmine Kassari
Sceneggiatura: Yasmine Kassari
Fotografia: Yorgos Arvanitis.
Montaggio: Susana Rossberg.
Suono: Henry Morelle, Madone
Musiche: Armand Amar, Koussan Achod, Lévon Minassian.
Interpreti: Rachida Brakni (Halima), Mounia Osfour (Zeinab), Nermine Elhaggar, Aissa Abdessamie, Fatna Abdessamie, Khamsa Abdessamie
Formato: 35 mm, col.
Durata: 95 min.
Versione Originale: Arabo, Berbero
Produzione: Les Films de la Drève & Les coquelicots de l’Oriental
Premi: Namur 2004 (Premio del Pubblico)
Distribuzione: Les Films de la Drève

Sinossi

In un desolato agglomerato di casolari nel predeserto marocchino, la giovane neosposa Zeinab, da poco in cinta, lascia partire il marito verso l’Europa in cerca di un lavoro che possa mantenere la famiglia. Con la speranza che il compagno faccia un presto ritorno a casa, quantomeno per assisterla durante il parto, Zeinab prova, grazie anche a qualche mistica pratica, ad “addormentare” la nascita della creatura. La lunga attesa sarà un pretesto per seguire le vicende di donne sole, abbandonate dai propri consorti a monotone giornate di lavoro su campi di grano che possano sfamare prole ed anziani del posto. Donne, però, che non sentendosi più schiave dell’imponente figura maschile all’interno della società attuale si “permetteranno” di valutare e di decidere della propria vita, in un contesto che seppur vittima delle millenarie tradizioni ha da poco cominciato un importante processo di demistificazione culturale. Una crescita che non può prescindere da quella della figura femminile, protagonista della pellicola così come struttura portante della “nuova” società.

Una storia femminile che, come le relazioni dei propri personaggi, rimane fredda, vittima dell’esigenza di una piena verisomiglianza con quello squarcio di realtà qui riproposta nei termini del film attualità.

Errance (in L'Afrique vue par...)
Tunisia, 2009
Regia: Nouri Bouzid
Sceneggiatura: Nouri Bouzid
Interpreti: Nouri Bouzid
Formato: 35mm
Durata: 13 min.
Versione originale: Francese
Produzione: Yacine Laloui, Laith Media Algeria
Distribuzione: Laith Media Algeria

Sinossi

Attraverso Sotigui Kouyaté, il cui sapere nasce tutto dall’esperienza, si racconta la storia senza tempo dei Griot. Kouyaté ci lascia una matematica per immagini così lontana da quella imparata sui banchi di scuola: il cameriere fa l’addizione, il ladro la sottrazione, il seme la moltiplicazione e il politico la divisione… Errance è anche l’Africa nera vista e raccontata attraverso lo sguardo dei Tunisini.
L’Afrique vue par… è un ritorno alle origini nel tempo, nella cultura e nella storia nell’Africa: 10 corti per un’opera corale presentata all’interno del Festival Panafricain di Algeri del 2009, si collega idealmente all’edizione del 1969 del festival, dopo la rivoluzione, quando l’Africa per la prima volta afferma una identità africana collettiva.

Exhibitions (in L'Afrique vue par...)
Algeria, 2009
Regia: Rachid Bouchareb
Sceneggiatura: Rachid Bouchareb
Interpreti: Rachid Bouchareb
Formato: 35 mm
Durata: 10 min.
Versione originale: Francese
Produzione: Yacine Laloui, Laith Media Algérie
Distribuzione: Laith Media Algérie

Sinossi

A partire dalla tristemente nota vicenda di Saartje Baartman, la venere nera, Exhibitions ripercorre la pagina buia degli zoo umani, la stagione delle grandi esposizioni e dei parchi di divertimenti che mostrarono a milioni di cittadini delle capitali europei esemplari vivi di uomini e donne, prelevati dai possedimenti coloniali e pagati per esibirsi in padiglioni che ricostruivano per il piacere esotico del pubblico la vita di villaggio. Exhibitions fa parte del progetto L’Afrique vue par. L’Afrique vue par… è un ritorno alle origini nel tempo, nella cultura e nella storia nell’Africa: 10 corti per un’opera corale presentata all’interno del Festival Panafricain di Algeri del 2009, si collega idealmente all’edizione del 1969 del festival, dopo la rivoluzione, quando l’Africa per la prima volta affermava un’identità africana collettiva.

Ezra

Nigeria/Francia, 2007
Regia: Newton Aduaka
Sceneggiatura: Newton Aduaka, Alain-Michel Blanc
Fotografia: Carlos Arango De Montis
Montaggio: Sebastien Touta
Suono: Alioune Mbow, Guillaume Valeix, Stéphane Thiebaut
Musiche: Nicolas Baby
Interpreti: Mamoudu Turay Kamara, Mariame N’Diaye, Mamusu Kallon, Richard Gant, Mercy Ojelade, Emile Abossolo-Mbo, Merveille Lukeba
Produzione: Cinéfacto Arte France, Amour Fou FilmProduktion, Sunday Morning
Durata: 103 min.
Formato: 35 mm
Versione originale: Inglese
Distribuzione: Cinefacto
Premi: Fespaco 2007 (Etalon d’or de Yennenga, grand prix; Prix spécial de Nations Unies pour la promotion d’une culture de Tolérance et de la Paix; Prix spécial Plan pour les Droits
de l’Enfant; Prix spécial de l’INALCO)

Sinossi

Ezra è la storia commovente di un bambino soldato chiamato a comparire davanti ad una commissione di Verità e Riconciliazione il cui obiettivo è quello di avviare un processo di guarigione di un popolo ferito dai tormenti della violenza. Questo processo può avere termine quando gli attori principali della guerra non si ricordano più dei loro misfatti?
Il film di Newton Aduaka, lui stesso bambino di guerra del Biafra, pone lo spettatore al centro di una doppia crisi. Una crisi della parola che nasce in una parola della crisi. Girato tra il tribunale di riconciliazione ed il terreno di guerra – tra il presente e l’inaccessibile ricordo del passato -, questo film turba la coscienza dello spettatore che si rende conto dei turbamenti dei personaggi trascinati nel tourbillon della loro memoria.
Com’è riuscito il regista a rendere conto al contempo dell’espressione della crisi e della crisi dell’espressione? Newton Aduaka gioca essenzialmente su due parametri: le modalità della narrazione e lo sfruttamento delle tecniche cinematografiche.
Anche se la crisi della parola, caratterizzata dall’amnesia dei personaggi, è nata dalla crisi sociale manifestata con il confronto delle armi, la narrazione filmica (du recit filmique) non segue questa logica da causa ad effetto. Il cineasta nigeriano opta piuttosto per una narrazione a ritroso per mostrare le atrocità di una guerra civile attraverso la memoria dei personaggi. Questa procedura rompe con l’eccessiva linearità caratteristica della maggior parte dei recit filmiques africani che si ispirano alla narrazione delle storie tradizionali.
Questa scelta narrativa non è gratuita. Essa stessa è l’espressione di una crisi – la difficoltà di raccontare se stessi: Newton è un bambino della guerra, nato nel 1966, nel momento in cui le armi urlavano in Biafra. Ma al di là della sua persona, questa scelta di narrare per flashback traduce non solo la volontà di ricostruzione di un passato che occorre confessare in vista di una guarigione, ma anche l’assurdità della violenza e il turbamento che regna nella memoria del personaggio principale, il quale, per essere in pace, occorre che ammetta il suo crimine. Come fare se non riesce a ricordarsene? È qui l’espressione di una crisi che conduce alla crisi dell’espressione. Manca la parola creatrice di pace.
“Ezra” è una grande opera che cristallizza un avvenimento storico indicibile: la guerra civile in Sierra Leone. Come ricostruire questo mondo distrutto che è il cuore di queste migliaia di bambini soldato che si sono battuti per un diamante che non hanno mai visto? È a questa riflessione che ci porta il rimarcabile film di Newton Aduaka.

Justin Ouro (Burkina Faso)

F

First Grader, The

Gran Bretagna/Stati Uniti/Kenya, 2010
Regia: Justin Chadwick
Sceneggiatura: Ann Peacock
Fotografia: Rob Hardy
Montaggio: Paul Knight
Musiche: Alex Heffes
Interpreti: Oliver Litondo, Naomie Harris, Tony Kgoroge
Formato: 35 mm
Durata: 103 min.
Versione originale: Inglese
Produzione: Sixth Sense Productions, Origin Pictures, BBC Films, Blue Sky Films, First Grader Productions
Distribuzione: Entertainment in Motion

 

Sinossi

Ambientato in un villaggio di montagna in Kenya, il film – tratto da una storia vera – racconta la decisione e le vicende di Kimani Nganga Maruge, un vecchio veterano Mau Mau determinato a imparare a leggere e scrivere. Per farlo, Maruge si unisce a una classe composta da bambini di sei anni. Lì, insieme ai suoi giovani insegnanti, riesce a vincere la sua scommessa, ma anche a trovare un nuovo modo per superare gli oneri del passato coloniale

Si è scritto…

“È impressionante come Chadwick riesca a catturare, in questo film, l’unicità di ciascun personaggio, anche se si tratta solo di una comparsa che appare sullo schermo per pochi secondi. Questa virtù è forse il risultato delle diverse settimane che la troupe ha passato all’interno della comunità ritratta nella pellicola. Due settimane prima dell’inizio delle riprese, sia il regista che l’attrice Naomie Harris erano stati presentati agli studenti della scuola che vediamo in The First Grader come i loro insegnanti. Trattandosi di bambini che non avevano mai visto una TV, né tantomeno un film, i due non hanno corso il rischio che la loro copertura venisse bruciata e hanno così avuto modo di condividere la quotidianità con persone il cui stile di vita non può neanche essere immaginato dai cittadini del primo mondo.”

L.NUTI, La Screening Room; www.lascreeningroom.net

 

“Nato nel 1920 in un povero villaggio di montagna, Kimani Maruge partecipò alla rivolta dei Mau Mau che si opposero ai coloni inglesi e che furono sconfitti nel 1956. Il kenya otterrà l’indipendenza pochi anni dopo. All’età di 84 anni, dopo aver passato la vita a sfamare la sua famiglia, l’anziano veterano decise che era giunto il momento di imparare a leggere, a scrivere e a far di conto. Si presentò alla scuola primaria del suo paese e chiese di essere ammesso alle lezioni. All’inizio la direttrice e gli insegnanti pensarono ad uno scherzo. Ma in breve tempo il vecchio finì in una classe di bambini di 6 anni, che lo adottarono come un nonno. […] I numerosi flashback rievocano alcune pagine dolorose della guerra di liberazione, con i colonialisti britannici impegnati a torturare i prigionieri Mau Mau. Un coraggioso atto di verità portato avanti dalla Bbc proprio mentre nella vita reale centinaia di vecchi keniani veterani della guerra, ex guerriglieri sopravvissuti alle violenze coloniali, chiedono a Londra un risarcimento per i soprusi subiti.”

M. TROVATO, Report Africa; www.reportafrica.it

Scheda curata da Giovanni Rubin

Ferrhotel

Italia, 2011
Regia: Mariangela Barbanente
Sceneggiatura: Mariangela Barbanente, Sergio Gravili
Fotografia: Mariangela Barbanente, Greta De Lazzaris
Genere: Documentario
Montaggio: Desideria Rayner
Suono: Francesco Colagrande
Formato: Digital Betacam
Durata: 73 min.
Versione originale: Italiano e Somalo
Produzione: Gioia Avvantaggiato
Distribuzione: Unione Circoli Cinematografici Arci

Sinossi

Bari, a due passi dalla stazione centrale. Un piccolo albergo dismesso, un viavai ininterrotto di persone che entrano ed escono. Sono ragazzi e ragazze somali, la maggior parte non ancora trentenni. In tasca un permesso di soggiorno e nel loro paese una guerra che sembra non finire mai. Non sono clandestini. Hanno occupato un piccolo spazio in città per cavarsela da soli.

Si è scritto…

“Ferrhotel è un esempio di cinema del reale di scrittura, che fonda la sua narratività su un vissuto condiviso del filmare e su una relazione di reciprocità e di conoscenza tra la regista e i suoi personaggi. Però, anche nella scrittura ci sono irruzioni impreviste, epifanie che rompono l’immaginario dei migranti, fastidioso e retorico, a cui li condanna l’informazione (e anche un certo cinema). Le conversazioni tra le donne sono sublimi e ci parlano, invece, di persone con paure, desideri, istanti di allegria e baratri di depressione. L’attesa e le fantasie: la realtà è ineffabile e viva solo per chi, come Barbanente, sa ascoltarne il respiro incontrollato.”

C. Piccino, Il Manifesto

“Il documentario di Barbanente rifiuta la classica meccanica dell’intervista lasciando che gli abitanti dell’edificio parlino tra di loro, come degli amici che ricordano i vecchi tempi; un passato anche drammatico, ma che, nel momento della rievocazione verbale, dà luogo alla necessaria rielaborazione del dolore. È una soluzione, quella adottata da Barbanente, che indubbiamente permette una maggiore naturalezza ai discorsi dei protagonisti e allo stesso tempo “nasconde” per quanto possibile la macchina-cinema. Ed è anche una impostazione che consente di verificare nei fatti l’esistenza della comunità, di un gruppo di persone che si riunisce e dialoga. Per contro, il resto della città mostra un assoluto disinteresse: è giusta in tal senso la scelta di ambientare tutto il film all’interno dell’edificio, per poi uscire nelle strade di Bari solo nel finale, a mostrare un tran tran cittadino che non vuole interessarsi a quanto accade a pochi metri di distanza.”

A. Aniballi, Radio Cinema; www.radiocinema.it

“Una cosa che ho notato, e che in parte mi è stata confermata dalle parole della Barbanente stessa, è che gli abitanti del Ferrhotel sono persone molto più vicine a noi, socialmente, di quanto non sospettiamo. In effetti, dai discorsi tra i rifugiati capiamo che le maggiori preoccupazioni sono quelle che affliggono gran parte dei giovani italiani: la mancanza di lavoro, l’assenza di prospettive, una forma di depressione e di scoramento morale. Il problema è che i giovani italiani possono contare sul supporto delle loro famiglie, i rifugiati, invece, sono costretti a doversi sobbarcare il problema di far giungere la propria famiglia dalla Somalia, remando contro la corrente di carta della burocrazia internazionale, europea e italiana.”

S. Traversa, Altera, www.alteracultura.org

 Scheda curata da Giovanni Rubin

Fooska
Marocco/Tunisia, 2007
Regia: Samy Elhaj
Sceneggiatura: Samy Elhaj
Fotografia: Ali Ben Abdallah
Montaggio:Karim Ben Hammouda
Suono: Selma Thabet, Karim Ben Hammouda, Aziz Zitouni
Musiche: Chakra Rammah, Ziad Meddeb Hamrouni
Interpreti: Foued Lataim, Fares Khiari, Alaeddine Yaakoubi, Ahmed Snoussi, Seifedine Bouchakour, Fatma M’rad, Chakra Rammah
Formato: 35 mm
Durata: 26 min.
Versione originale: Arabo
Distribuzione: Samy Elhaj

Sinossi

Nel dialetto tunisino Fooska è il nome dei “bigliettini” che, in tutto il mondo e dacché mondo è mondo, gli studenti si scambiano durante le lezioni, per dichiararsi amore eterno o per copiare il compito in classe. Cosa succede quando una giovane insegnante è sicura di aver colto in flagrante il suo allievo prediletto che copia durante un compito in classe? Nella rabbia che il regista manifesta verso un sistema d’istruzione opprimente e repressivo sembrano risuonare echi autobiografici, ma anche la voglia di cambiamento delle nuove generazioni.

G

Garagouz (Il burattinaio)
Algeria, 2010
Regia: Abdenour Zahzah
Sceneggiatura: Abdenour Zahzah
Fotografia: Sofian El Fani
Montaggio: Franssou Prenant
Suono: Omar Zitouni
Musiche: Toti Basso
Interpreti: Farouk Irki, Mahmed Irki, Tahar Benayachi, Youcef Abbas
Formato: 35 mm
Durata: 25 min.
Versione originale: Arabo
Produzione: Yacine Laloui
Distribuzione: Laith Média, Algeri

Sinossi

Il film è dedicato al lungo viaggio del burattinaio Mokhtar e di suo figlio Nabil, che percorrono i villaggi per presentare i loro spettacoli nelle scuole. Lungo il  tragitto, l’artista fa diversi incontri. Ad ogni incontro, i narratori perdono qualcosa. Riusciranno Mokhtar e Nabil a presentare il loro spettacolo?

Guarda il trailer del film

Garbage Dreams

Stati Uniti, 2009
Regia: Mai Iskander
Sceneggiatura: Mai Iskander
Fotografia: Mai Iskander
Montaggio: Kate Hirson, Jessica Reynolds
Suono: Mohamed Elrawady, Waleed Saad
Durata: 79 min.
Genere: Documentario
Versione originale: Inglese e Arabo
Produzione: Iskander Films
Distribuzione: Sarah Films

Sinossi

Il film documentario, che ha richiesto ben quattro anni di realizzazione,  racconta la storia di tre giovani ragazzi  Zabbaleen che hanno fatto della spazzatura la loro fonte di reddito.  23 milioni di abitanti. 3000 tonnellate di rifiuti giornalieri. L’80% di questi riciclati e ritrasformati in materie prime. Tutto questo accadeva fino a pochi anni fa a Il Cairo. Per generazioni, infatti, gli abitanti della città hanno pagato agli  Zaballeen un importo minimo per raccogliere e riciclare i loro rifiuti, ma tutto questo è cambiato con l’arrivo di società straniere che li hanno privati del loro sostentamento.

Si è scritto…

“Gli zabbaleen hanno trasformato Mokattam, il loro quartiere di immondizia, in un vero e proprio laboratorio di riciclaggio: ovunque si possono scorgere individui intenti a separare anche il più piccolo pezzetto di materiale organico da quello inorganico, ovvero ciò che è compostabile da ciò che è utile per poter poi essere suddiviso in alluminio, carta, plastica e trasformato in materie seconde pronte per essere stoccate e rivendute, anche all’estero. Sveglia all’alba, camion vetusti, mani nude, granulatori per plastica, macine, compattatori per carta e cartone, sono gli strumenti del mestiere di questa enorme massa di disperati che vede nel proprio lavoro la manifestazione della volontà di Dio. “Essere uno zabballen è scritto nel nostro destino”, ripetono i protagonisti. Il guadagno per questa attività è irrisorio, circa 2 dollari al giorno, ma è tutto ciò che queste persone hanno imparato a fare e fanno molto bene. […] “Garbage Dreams è un caso paradigmatico che dimostra che la modernizzazione non è sempre sinonimo di progresso”, ha dichiarato Al Gore. L’affidamento della gestione dello smaltimento dell’immondizia agli “stranieri” sembra aver comportato, infatti, un notevole passo indietro da un punto di vista ambientale, oltre che un disastro economico per la comunità Zabbaleen che nel nuovo business non è stata minimamente presa in considerazione.”

E. Marcon, GreeNews; www.greenews.info

“Crescendo come americana-egiziana ho spesso fatto visita ai miei parenti in Egitto. Quando ero adolescente amici di famiglia mi hanno portato nella periferia de Il Cairo per assistere ad un matrimonio locale. Era come un mondo collassato su se stesso: un labirinto impenetrabile di strette strade circondate da immondizia. I rifiuti erano ammassati in pile alte tre piani e l’odore delle verdure marce permeava tutta la strada. Capre, maiali e galline venivano allevati sopra i rifiuti e i bambini giocavano su una montagna di stracci colorati. Alcuni visitatori l’hanno descritto come l’Inferno dantesco.”

Intervista di T. White a Mai Iskander su Documentary; www.documentary.org

Scheda curata da Giovanni Rubin

Glimpse (Sguardo)
Sudafrica, 2005
Regia: Alberto Ianuzzi, Dan Jawitz
Sceneggiatura: Alberto Ianuzzi, Dan Jawitz, Bernie Searle
Fotografia: Alberto Ianuzzi
Montaggio: Julia Salerno
Musiche: Campbell Burns, Claudio Montuori
Formato: Video, col.
Durata: 26 min.
Versione originale: Inglese
Produzione e distribuzione: Vox Pix, Zebra X Pictures

Sinossi

Glimpse, o lo “sguardo” che scivola sul Sud Africa un decennio dopo la fine dell’apartheid. Alberto Iannuzzi e Dan Jawitz ci offrono, nello spazio di una giornata, un bouquet ininterrotto di immagini. Lo forza di Glimpse è di non operare mai in una dimensione statica: le riprese si alternano sulle note di Campbell Burns… neanche una parola per accompagnare il nostro viaggio e la nostra scoperta attraverso un caleidoscopio di impressioni. La natura si svela in un accelerato di nuvole, nel movimento delle acque, del fuoco e delle tracce di fumo. La città è il luogo di tutti i contrasti, i neri si “truccano” da bianchi, mentre le donne si velano di nero o espongono la bellezza dei loro capelli: un popolo unico, che non cessa di muoversi.
Glimpse è l’arte di afferrare la vita laddove essa si trova, e in Glimpse è ovunque, anche se, dieci anni dopo la libertà ritrovata, bisogna ancora cercarla. I registi ci lasciano vagare e la macchina da presa ci accompagna in un film che è documentario e astrazione al contempo, usando con diletto delle alternanze di inquadrature corte e lunghe, accelerate e lente, come in un sentimento di libertà non ancora soddisfatto. È alla ricerca dell’essenza stessa del Sud Africa, dei suoi contrasti e paradossi che ci portano i creatori di Glimpse, le cui immagini ci irretiscono, ci interrogano, ci costringono a rivedere stereotipi e pregiudizi, prendendoci dentro un piacere estetico che ha della meraviglia.

H

Hasaki Ya Suda - Les Sabres (Le Sciabole)
Burkina Faso/Francia, 2010
Regia: Cédric Ido
Sceneggiatura: Cédric Ido
Fotografia: Thomas Garret
Montaggio: Samuel Danesi
Suono: Michele Tarantola
Interpreti: Nicolas Tescari, David Chalmin
Formato: Jack Ido, Wurubemba, Cédric Ido, Shandaru
Durata: 35mm
Versione originale: Lingala sottotitolato in spagnolo e inglese
Durata: 23 min.
Distribuzione: Laurence Lascary, DACP Films

Sinossi

Vittime di cambiamenti climatici, le popolazioni del Sud sono costrette a lasciare le loro terre e a spostarsi verso Nord: un esodo massiccio che sconvolge gli equilibri mondiali. Solo i più forti sopravvivono e combattono per i pochi terreni rimasti fertili. In combattimenti all’ultimo sangue, armati unicamente della loro sciabola, tre uomini si affrontano senza esclusione di colpi, Warubemba, Shandaru e Kapkaru: Shandaru, un guerriero temibile, cerca vendetta su Kapkaru per l’omicidio di suo padre. Quest’ultimo è uno degli uomini più potenti di questo mondo in guerra, divorato da un’insaziabile avidità. Wurubenba, armato di una sciabola e dotato del potere dell’invisibilità, decide di porre fine allo stato di guerra permanente. I tre guerrieri incrociano le sciabole nel corso di un duello decisivo: uno si batte per la sopravvivenza, uno per vendetta, l’ultima per la pace. Cosa succederà?

Guarda il trailer del film

Homme qui crie, Un (Un Uomo che Grida)
Ciad/Francia/Belgio, 2010
Regia: Mahamat-Saleh Haroun
Sceneggiatura: Mahamat-Saleh Haroun
Scenografia: Ledoux Madeona
Fotografia: Laurent Brunet
Suono: Dana Farzanehpour
Musiche: Wasis Diop
Montaggio: Marie-Hélène Dozo
Interpreti: Youssouf Djaoro, Diouc Koma, Emile Abossolo M’Bo, Djénéba Koné, Hadje Fatime N’Goua
Produzione: Florence Stern per Pili Films (francia/Belgio/Ciad)
Coproduzione con Entre Chien et Loup, Goi-Goi Productions
Formato: 35 mm, scope
Versione originale: arabo, francese
Durata: 87 min.

Sinossi

Il Ciad di oggi. Adam, un sessantenne che è stato un campione di nuoto, insegnante alla piscina dell’Hotel di lusso a N’Djamena, è costretto a lasciare il suo posto di lavoro al figlio Abdel quando l’albergo è acquistato da imprenditori cinesi. Soffre della situazione, che vive come una degradazione sociale. Il Paese è in balia della guerra civile e i ribelli armati minacciano il governo al potere che chiede alla popolazione un “sacrificio di guerra”: del denaro o l’arruolamento dei figli. Adam è assillato dal suo responsabile di zona perché adempia il suo dovere. Ma Adam non ha denaro, ha soltanto il suo unico figlio…

Si è scritto…

Gardez-vous de vous croiser les bras en l’attitude stérile du spectateur, car la vie n’est pas un spectacle, car une mer de douleurs n’est pas un proscenium, car un homme qui crie n’est pas un ours qui danse. Così il grande poeta martinicano Aimé Césaire in uno dei passi più densi di significato del suo Cahiers d’un retour au pays natal (1939). Ancora più didascalicamente, il titolo di lavorazione del film recitava Un homme qui crie n’est pas un ours qui danse (un uomo che grida non è un orso che danza), come a marcare con più forza il debito d’ispirazione diretto al poema di Césaire.

L. De Franceschi, www.cinemafrica.org

L’ispirazione poetica di questo verso guida i passi del cineasta. Forse perché il sentimento della guerra è troppo intimamente radicata in lui, decide di mostrarci questo grido attraverso la forza della “metafora” di una relazione tra padre e figlio, Abdel et Adam. Il film si interessa essenzialmente a questo rapporto filiale, lasciando la guerra sullo sfondo come un ghepardo accovacciato nell’ombra, pronto a ghermire.

C. Crance, www.toutelaculture.com

Questo lungometraggio tratta contemporaneamente la degradazione sociale di un uomo e il suo dolore di padre in un paese minato dalla guerra e trasformato dalla mondializzazione. Un homme qui crie n’est pas un ours qui danse racconta un’Africa nel cuore dei rivolgimenti mondiali determinati dall’arrivo delle nuove potenze economiche e finanziarie, come la Cina. L’Africa che attira gli investitori per il suo potenziale di sviluppo, è malauguratamente anche l’Africa di tutte le sofferenze e di tutte le ostilità fratricide. Con questo film, Goï Goï Productions appronta il ritratto di un’Africa lacerata dalle contraddizioni nefaste che la minano.

www.africine.org

Humanitaire
Burkina Faso, 2007
Regia: Adama Roamba
Sceneggiatura: Adama Roamba
Fotografia: Paul Djibila
Montaggio: Neomi De Fouchier
Suono: Frédéric Kabore, Cessouma Yassala
Musiche: Oumou Sangre
Interpreti: Issiaka Sawadogo, Aicha Ouedraogo, Fatou Traore, Joseph Traore, Stanislas Sore
Formato: 35 mm
Durata: 16 min.
Versione originale: Francese
Produzione: FILMS 21, La Luna Productions
Distribuzione: La Luna Productions

Sinossi

Una strada. Un camioncino. Un campo di rifugiati. Ogni giorno Barou percorre strade e sentieri per portare al campo i profughi che incontra nel proprio cammino. Scortato dalla forza di peacekeeping delle Nazioni Unite che non riesce a contrastare le bande armate locali, con la sua attività raccoglie le speranze dei rifugiati che desiderano rivedere i loro parenti persi lungo l’esodo. Dopo la causa dei bambini soldato, Adana Roamba, con Humanitaire, mostra con pudore il tragico quotidiano di milioni di persone condannate a vivere lontano dai loro paesi e rende omaggio a tutti coloro che si impegnano sul terreno per portare assistenza e protezione alle vittime dei conflitti armati, pronti a mettere in pericolo le loro vite per salvarne altre. Un ritratto amaro, un’emozione trattenuta e, tuttavia, dirompente.

I

Il était une fois l'Indépendance - Nziri nin Kena Yeremahoronya waati ye (C'era una volta l'Indipendenza)

Francia/Mali, 2009

Regia e Sceneggiatura: Daouda Coulibaly
Operatore: Nicolas Frebault
Suono: Gaël Queffurus
Montaggio: Daouda Coulibaly
Missaggio: Goëll Queffurus
Interpreti: Yaya Coulibaly, Oumou Doumbia, Fatoumata Sankaré, Habib Dembelé
Produzione: Trace Visuelle Productions
Formato: 35 mm. B/N.
Durata: 22 min.

Sinossi

Siamo agli inizi degli anni ’60. Nama e Siré si sono appena sposati. Marabout molto devoto, Nama decide di ritirarsi lontano dagli uomini per consacrare, insieme alla sua sposa, la propria esistenza a Dio. La coppia prende dimora in una grotta sulla montagna. Pregano giorno e notte senza concedersi distrazioni. Un giorno, Dio, nella sua misericordia, invia a Nama un angelo che promette di realizzare tre suoi desideri.

Si è scritto…

Il était une fois l’Indépendance è un film che sovrappone la storia di una coppia africana con la Storia del continente africano. […] Il film è in bianco e nero, all’inizio si vede una festa di matrimonio; su queste  immagini si sovrappongono, per almeno cinque minuti, le dichiarazioni di indipendenza del Niger, del Camerun, del Senegal. Poi si passa alla storia della coppia dopo il matrimonio. Una voce off dichiara «all’inizio l’indipendenza era come una promessa» e si vedono le persone danzare…

Radiofrance internationale; www.rfi.fr

Ho voluto ispirarmi alla tipologia di racconto che forse meglio definisce il racconto africano: la favola. Mi sono ispirato alla favola di Amadou Hampâté Bâ Les Trois Choix du marabout (le tre scelte del Marabout) e l’ho liberamente adattata ma nel rispetto della scansione narrativa originale sulla quale non sono intervento. Ho invece inserito i proclami politici, grazie ai quali si attraversa la storia degli ultimi cinquant’anni […] Il film termina con una morale. Penso effettivamente che fare il bilancio degli ultimi cinquant’anni senza trarne nulla sarebbe sprecato. E sprecato sarebbe anche non mettere in relazione la morale della favola con quanto accade oggi. Insomma, l’idea era quella di mescolare i due livelli.

Intervista a D. Coulibaly, Radiofrance internationale – A. Casalini, Cinemafrica. Africa e diaspore nel cinema; www.cinemafrica.org

Il Neige à Marrakech (Nevica a Marrakech)

Marocco/Svizzera, 2006

Regia: Hicham Alhayat
Sceneggiatura: Hicham Alhayat
Fotografia: Pascal Montjovent
Montaggio: Julien Sulser, Laurent Nègre
Suono: Jurg Lempen
Musiche: Abdessamad Miftah Elkheir
Interpreti: Atmen Kelif, Abdeljabbar Louzir, Abdessamad Miftah Elkheir, Majdoline Drissi
Formato: 35 mm
Durata: 15 min.
Versione originale: Francese
Produzione: Bord Cadre Films
Distribuzione: Bord Cadre Films
Premi: Festival di Locarno 2007 (Premio per il sottotitolaggio)

Sinossi

Gli europei affollano le città e, paradossalmente, anche i deserti del Marocco. Ma cosa succede se un vecchio signore marocchino desidera recarsi in Europa per turismo? Forse, può capitare la stessa avventura vissuta dal padre di Karim. All’ennesimo rifiuto del visto, il figlio non se la sente di dirgli la verità ed escogita un piano per accontentarlo comunque. A sua insaputa lo porta a Oukaimeden, sulle montagne dell’Atlante e, con la complicità di un ristoratore molto accomodante, gli farà credere di essere in Svizzera, almeno per un giorno. Commedia dolceamara sul sogno dell’altrove.

Il va Pleuvoir sur Conarky (Pioverà su Conarky)

Guinea/Francia, 2007

Regia: Cheick Fantamady Camara
Sceneggiatura:  Cheick Fantamady Camara
Fotografia:  Robert Millié
Montaggio:  Joëlle Dufour.
Suono:  Marc Nouriegat
Musiche:  Ismaël Sy Savané

Interpreti:  Alex Ogou, Tella Kpomahou, Moussa Kéïta, Rouguiatou Camara, Jeannot Coker, Fatoumata Diawara, Fifi Dalla Kouyaté, Abdoulaye Diallo, Kadé Seck, Aïcha Konaté.
Formato:  35 mm, col.
Durata:  113 min.
Versione Originale:  Malinke, Francese
Produzione:  C.O.P Films et Les films Djoliba
Premi: FESPACO 2007 (Premio del Pubblico)

Sinossi

Bengali, un giovane caricaturista all’interno di un organo di stampa è stato cooptato dal padre, Imam di Conakry, per preservare la tradizione. Bibi accetterà la pesante responsabilità di garantire e trasmettere convinzioni ancestrali che vanno contro le sue convinzioni? Come conciliare il desiderio del padre ed il proprio desiderio di affermazione? E’ questa l’equazione attorno alla quale si costruisce la trama del film.

Su Conakry grava il fardello di una tradizione che si fa tanto più sentire in quanto l’immagine della città, regolarmente filmata dall’alto, dà l’impressione di catapecchie crollanti sotto il peso del cielo.

I giovani reclamano l’apertura della piscina, chiusa dalla municipalità, e desiderano costantemente lavarsi… per fortuna le autorità politiche ‘non possono chiudere il mare’.

Il desiderio dei giovani di prendere aria è più volte suggerito dal modo di filmarli: su degli innalzamenti e sul bordo della spiaggia come a render conto della loro volontà di liberarsi da un peso che li fa sudare. Un’aspirazione alla libertà che traspare anche dall’esibizione erotica dei loro corpi, che corrisponde alla nudità dei loro propositi.

Sottrarsi al peso della cultura e della religione non significa tuttavia la negazione dell’identità. Bibi sfoggia con fierezza una maglietta che porta l’effigie del suo paese: la Guinea. Ma i giovani, senza negare il passato, non vogliono girare le spalle al presente, sull’esempio dell’immagine – al contempo rilevante e ridicola – dei genitori di Kesso a letto dopo il loro litigio.

Il desiderio di libertà di fronte agli aspetti degradanti della tradizione traspare anche dalla volontà di essere solidali nel fare da barriera rispetto a tutto ciò che minaccia la dignità. Il discorso delle donne è rivelatore a questo proposito. Esse rifiutano di essere schiacciate dagli uomini e il regista non manca di talento quando opta per una presentazione circolare dello spazio, in modo da situare uomini e donne sullo stesso piano.

L’opposizione, d’altra parte, non è solo alla tradizione e alla religione, ma a qualsiasi forma di oppressione: Bibi non esita a rompere la sua penna quando la sua libertà gli viene confiscata o a pubblicare la sua caricatura contro il volere del suo direttore che teme la repressione da parte delle autorità politiche e religiose. La lotta di Bibi è quella del giornalista burkinabè Norbert Zongo assassinato e del quale il regista ci mostra l’effigie nello studio?

Bibi scova i sotterfugi delle autorità politiche che sfruttano l’oscurantismo degli uomini religiosi e suo padre, l’Imam,  deve arrendersi all’evidenza che il meteo aveva già predetto la pioggia. Essa non sarà quindi l’opera della preghiera orchestrata a questo proposito, come si vuole fare credere.

La tradizione non è un eredità che si debba portare come un peso, essa deve piuttosto aiutare nell’affermazione di sé, in modo da dare vita alla modernità. E’ di questa simbiosi che si nutre il film che tronca con la tematica tradizionale che contrappone passato e presente, città e campagna.

Justin Ouro (Burkina Faso)

Imani (Fede)

Uganda/Svezia, 2010

Regia: Caroline Kamya
Sceneggiatura: Caroline Kamya, Agnes Kamya
Riprese: Andrew Coppin
Interpreti: Sylvester & Abramz, Tshila, Rehema Nanfuka, Stephen Ocen, Philip Buyi Roy, Maia Von Lekow

Produzione e Distribuzione: Caroline Kamya, iVAD Productions Limited
Durata: 82 min.

Sinossi

Nell’arco di una sola giornata, Imani cattura scorci di vita di tre personaggi nell’Uganda contemporanea: un bambino soldato ritorna dai genitori che non potevano proteggerlo; una donna che lotta per tirare fuori di prigione la sorella accusata ingiustamente; e un giovane breakdancer alle prese con la complicata messa in scena di uno spettacolo. Imani è uno sguardo nuovo sull’Uganda del dopo Idi Amin, del dopo LRA (Lord’s Resistance Army).

Si è scritto…

La musica è una componente  essenziale in questo film; la musica, che si configura nel mix della sonorità della lingua locale parlata dal popolo con le atmosfere hiphop, attraverso i ritmi tradizionali africani, trasporta le narrazioni, abilmente intrecciate, a formare l’affresco dell’Uganda rurale e urbana di oggi.

Imani […] rivela la poco conosciuta città di Kampala e la recente guerra combattuta nella regione di Gulu. […] Imani, che significa “fede”, ha questo titolo perché tutti I personaggi sopravvivono e fanno affidamento nella fede. Il film è anche una testimonianza della fiducia nella creatività degli Ugandesi. Possiamo raccontare le nostre storie in modo unico ed efficace, con le nostre voci. Imani è il primo film girato in Uganda con una Red Camera e nella lingue locali (luganda e acholi), con un cast e un’équipe formati per lo più da non professionisti del luogo. Inoltre, per la prima volta un cineasta ugandese riprende, in un film di finzione, la zona del Gulu dopo il conflitto che ha imperversato negli ultimi anni.

www.africiné.org

Inside Buffalo

Italia/Stati Uniti, 2010

Regia: Fred Kudjo Kuwornu
Sceneggiatura: Fred Kudjo Kuwornu, Patrick Jeffrey
Montaggio: Avital Merkler
Interpreti: Howard Fletcher, Joe Hairston, James McBride, Joe Stephenson, Spann Watson
Durata: 59 min.
Versione originale: Inglese e Italiano
Produzione: Chiara Giacomel, Fred Kudjo Kuwornu, Stefano Morelli, Sandro Dalla Torre
Distribuzione: FKK FILMZ

Sinossi

Il documentario narra le vicende storiche della 92° Divisione di fanteria americana soprannominata “Buffalo”, composta interamente da soldati Afro Americani che nel 1944 combatterono, nello scenario della Linea Gotica, due guerre: una contro il nemico nazista, e l’altra contro i propri ufficiali bianchi razzisti. All’epoca i “neri” americani non potevano combattere a fianco dei “bianchi”. La Divisione Buffalo contribuì alla Liberazione di Lucca, La Spezia , Genova, e fu attiva in Versilia e Garfagnana.

Si è scritto…

“Deeds not words”. Fatti, non parole. Lo spirito che ha reso valorosi i soldati afroamericani della 92a divisione di fanteria, soprannominata “buffalo”, si è contraddistinto per la concretezza e l’attenzione nei confronti degli uomini, non per gli ideali fine a se stessi. Il rapporto con gli italiani (soprattutto con i partigiani toscani) conosciuti in battaglia, scandito da piccoli gesti di solidarietà e da pacifici scambi di opinioni, è cresciuto al punto da rimanere indelebile anche nelle generazioni successive. Gli afroamericani in Italia non combattevano solamente contro il nazismo, un nemico dichiarato e facilmente riconoscibile, ma anche contro il razzismo interno al mondo militare. Rendere onore a una patria che, sistematicamente, divideva i bianchi dai neri – sempre “buoni” i primi, sempre “cattivi” i secondi – rendeva l’accettazione delle perdite sul campo doppiamente dolorosa.

N. Dose, MyMovies, www.mymovies.it

Attraverso le interviste ai sopravvissuti (e agli interpreti di Miracolo a Sant’Anna, in cui lo stesso Kuwornu è stato presente come figurante), intervallate con immagini di repertorio e sequenze d’azione ricostruite (con montaggio veloce e stile di ripresa aggressivo), ci si cala agevolmente nel clima di pericolo e sacrificio in cui i Buffalo Soldiers diedero prova del loro coraggio, trasmettendo agli italiani la memoria di una generosità che seppe infrangere tutti i pregiudizi infantili e gli stereotipi razzisti che la propaganda nazifascista aveva diffuso ad arte. La presenza di una voce guida costante e delle sequenze ricostruite ancorano il discorso a un’estetica da piccolo schermo, ben lontana, tuttavia, dalla retorica spicciola e dai sensazionalismi che dilagano, per esempio, in tanti documentari di History Channel. Ad accendere la curiosità e la partecipazione affettiva alle storie raccontate sono le testimonianze dei sopravvissuti, raccolte con un setting essenziale e rispettoso, più che le ricostruzioni e ci vengono risparmiati grafici e simulazioni che fanno la gioia dei nostalgici cantori di El Alamein, tanto per capirci.

L. De Franceschi, CinemAfrica; www.cinemafrica.org

Scheda curata da Giovanni Rubin

Iron Ladies of Liberia

Liberia, 2007

Regia: Daniel Junge, Siatta Scott Johnson
Fotografia: Daniel Junge
Montaggio: Davis Coombe
Suono: Zlatko Makic
Musiche: Gunnard Doboze
Interpreti: Ellen Johnson Sirleaf, Beatrice Munah Sieh, Antoinette Sayeh
Durata: 77 min.
Genere: Documentario
Versione originale: Inglese, Liberiano
Produzione: Just Media
Premi: Toronto Film Festival, Tribeca Film Festival (Miglior documentario)

Sinossi

Liberia, Aprile 2003. A più di un secolo dall’esordio delle prime esperienze suffragiste e femministe, Ellen Johnson Sierlief è una delle prime donne al mondo a varcare la soglia presidenziale. Mentre infuria la guerra in Iraq e il Medio Oriente sprofonda in una lunga fase di terrore, la vittoria di Ellen Johnson Sierlief fa auspicare che un vento nuovo spiri dall’Africa. Il documentario di Daniel Junge e Siatta Scott Johnson segue da vicino i primi due anni di lavoro della nuova Presidente, affiancata da un esecutivo in cui i posti chiave (economia, giustizia, comando della polizia) sono affidati a delle donne, le Iron Ladies of Liberia.

J

Jeune Femme et l'Instit, La (La Giovane Donna e l'Istitutore)

Marocco, 2007

Regia e sceneggiatura
: Mohamed Nadif
Operatore: Alex Reid
Suono: Taoufik Mekraz
Montaggio: Njoud Jaddad
Musiche: Younès Megri
Interpreti: Asmaâ El Hadrami, Mohamed Nadif
Produzione: High Tech Vision
Formato: 35 mm.
Durata: 16 min.
Versione originale: Arabo

Sinossi

È l’incontro tra un giovane insegnante, inviato alla scuola di un villaggio, e una giovane donna, divenuta pazza in seguito all’annegamento del marito che tentava di raggiungere l’Europa da clandestino.

 

Si è scritto…

Qui troviamo ancora una tensione tra il desiderio di altrove e un ancoraggio che non si vuole rinnegare […] Ma il dramma dell’immigrazione clandestina […] è nella testa di tutti, al punto da provocare la follia come accade in La jeune femme et l’instit del marocchino Mohamed Natif. Per riuscire, un cortometraggio deve possedere un’idea abbastanza forte da evocare il mondo, un’idea che permetta di oltrepassare i limiti del proprio spazio e della propria breve durata per abbracciare l’universale. Nella brevità in cui un cortometraggio si dispiega, non può che essere l’interiorità a creare lo spessore dei personaggi e a rivelare la loro complessità. Una donna divenuta folle dopo aver perduto il proprio marito, emigrato, chiede a un istitutore di scrivere per lei delle lettere d’amore. E questo istitutore si ritrova a scrivere per la donna quelle lettere che avrebbe voluto scrivere alla propria moglie, morta da poco… “La tomba dell’amore è il cuore di chi resta”, conclude il regista che ha perso il proprio fratello tra la Tunisia e la Sicilia.

O. Barlet, Africultures, www.africultures.com

K

Khouba el Hafi, el (Il Pane Nudo)

Marocco/Algeria/Italia/Francia, 2005

Regia e Sceneggiatura: Rachid Benhadj
Fotografia: Pierluigi Santi
Montaggio: Eugenio Alabiso
Musiche: Safy Boutella
Interpreti: Sana Alaoui, Marzia Tedeschi, David Halevin, Karim Benhadj, Rachid Benhadj, Ahmed El Kouriachi
Formato: 35mm, col.
Durata: 90 min.
Produzione: AE Media Corporation, Esse&Bi Cinematografica, Progetto Visivo, con il contributo del MiBACT
Distribuzione: AE Media Corporation
Premi: Cinema Mediteteranée Montpellier 2005 (Premio della Giuria dei Giovani), Mumbai International FICTS Festival (Golden ten award per il miglior film)

 
Sinossi

Il pane nudo, ultima fatica del regista Rachis Benhadj, prende spunto da una storia vera ed è il racconto autobiografico dello scrittore marocchino, candidato al Premio Nobel, Mohamed Choukri. Siamo nel Marocco degli anni ’60.
Si tratta di una storia di riscatto con la quale, raccontando la propria esistenza, si racconta e svela senza ipocrisia e con realismo la società del tempo. Proprio per questo è spesso rimasta una voce censurata, tagliata fuori dal gruppo delle voci autorevoli del mondo arabo stesso.
Per molti bamibi, oggi come allora, la vita non regala nulla, anzi li pone in una situazione di disagio e di sofferenza ancor prima di nascere e Mohamed Choukri è uno di questi.
Nato nel Rif, si trasferisce a Tangeri con la famiglia, nel tentativo di sfuggire alla fame e alla miseria. La prima parte della sua vita è un’esistenza fatta di stenti, dove non c’è spazio per l’infanzia e la vita in famiglia, con un padre alcolizzato e violento e una madre costretta a lavorare per il mantenimento di tutti. Dopo una serie di accadimenti e soprusi subiti da parte del padre e, non da ultimo, l’uccisione del fratello minore, Mohamed decide di lasciare la famiglia. Ben presto si ritrova a vagare per le strade e i bassifondi della città, in compagnia di molti altri, alla ricerca di cibo, di un tetto dove ripararsi, di un affetto da condividere per scaldare il cuore, troppo a lungo attanagliato nelle morse di situazioni che non lasciano sapzio all’affetto e all’amore.
Negli anni in cui il Marocco è scosso da ondate di protesta contro i coloni francesi, troviamo il nostro protagonista in prima linea nelle sommosse politiche; a causa di queste verrà imprigionato. In carcere conoscerà un rivoluzionario, suo compagno di cella, che gli insegnerà a leggere e a scrivere: sarà la svolta determinante della sua vita. Prende coscienza che non c’è solo la necessità di liberarsi dalla miseria e dalla fame, ma c’è una miseria ben più grande, quella dell’ignoranza e dell’analfabetismo. Fuggire da questa miseria sarà l’obiettivo che guiderà questa seconda e nuova vita di Mohamed Choukri che, iscrivendosi alla scuola pubblica, diventerà maestro elementare.
Nel 1960 scriverà il suo primo romanzo autobiografico, Il pane nudo, fino a diventare uno dei più grandi scrittori del marocco, anche se a lungo censurato per aver raccontato la realtà del mondo arabo senza veli e senza ipocrisia.
Si tratta dunque di un film denso, che affonda le proprie radici nella dignità dell’uomo, in qualsiasi situazione viva, e che offre delle possibilità per diventare, sempre e comunque, titolari della propria esistenza, anche attraverso la scrittura, che diventa la via per redimere e dare un senso positivo a tante esperienze negative. Si tratta in fondo di unaa storia che svela e racconta non solo attraverso quello che c’è e che riesce ad imprimere sulle pagine e sullo schermo, ma soprattutto attraverso quello che manca: il sogno, la libertà, l’amore…la vita e non tanto per rimarcarne l’inconsistenza ma piuttosto per ribadire con maggiore forza e chiarezza che sognare, essere liberi, poter amare sono il senso e il pane con cui nutrire la vita di ogni uomo.

Kif Lokhrim

Tunisia, 2006

Regia e Sceneggiatura: Mohamed Ben Attia
Fotografia: Chekib Essafi
Montaggio: Badji Chouka
Suono: Karim Guemira
Interpreti: Mounem Chouayet, Saousen Maaley
Formato: 35 mm, col.
Durata: 22 min.
Versione originale: Arabo
Produzione: Nomadis Images
Premi: FESPACO 2007 (Poulain d’argent de Yennenga)

Sinossi

Kif Lokhrim – “come gli altri” – è un brillante, divertente cortometraggio, decisamente originale nella sceneggiatura. Il trentunenne “K” è un personaggio prototipico, un sognatore timido, frustrato, con un culto per le ragazze che non riesce ad abbordare, che infantilmente addobba la propria abitazione rendendola una sorta di palcoscenico dei propri desideri:  l’immagine di Ornella Muti troneggia nella sua stanza  per offrirsi ai suoi sogni ad occhi aperti. Tra un lavoro ingrato in cui non riesce ad affermarsi e le visite giornaliere al bar per la sua “chicha” quotidiana, “K” è preso in una spirale di immobilismo. E’ giunto il momento di cambiare, di  uscire da quella condizione di “vieux garçon” frustrato ed introverso che lo caratterizza. Fermamente deciso a lasciarsi alle spalle lo stato di passività in cui è irretito, passa all’azione: dei massaggi cinesi davvero particolari saranno lo strumento attraverso cui operare il cambiamento. Carenze, difetti, imperfezioni verranno finalmente imbrigliati e “K” potrà scolpire la sua personalità ex novo, in corrispondenza con le esigenze lunatiche ed in continuo cambiamento del suo mondo.
Il cortometraggio mette in scena, con finezza psicologica, e sapienza cinematografica alcune comuni difficoltà del vivere, trattandole con ironia: lo spettatore si trova a seguire gli sforzi del protagonista con leggerezza e piacere, divertendosi, riconoscendo nei meccanismi messi in scena con originalità ed umorismo alcuni tipici sforzi dell’animo umano, infine trovandosi terapeuticamente e ridere di sé  – poiché ognuno è “come gli altri”.

Kotbia, el (La Bottega dei Libri)

Tunisia/Francia/Marocco 2002

Regia e Sceneggiatura: Nawfel Saheb Ettaba
Montaggio: Mounira Bhar, Nadia Ben Rachid
Musiche: Kaïes Sellami, Julien Ome
Suono: Hachmi Joulak
Interpreti: Hend Sabri (Leïla), Ahmed El Haffiene (Jamil), Martine Gafs (Aïcha), Yadh Beji (Tarek)
Formato: 35 mm, col.
Durata: 100 min.
Versione Originale: Arabo
Coproduzione: Stratus Films (Tunisie), YMC Productions (France), Agence Nationale pour la Promotion Audiovisuelle-ANPA- (Tunisie) et 2M (Maroc)
Distribuzione: Cinexport Paris

 

Sinossi

La bottega dei libri, El kotbia, principale e quasi unica ambientazione del film, è un vecchio negozio gestito dal giovane Tarek Ben Othman. Tarek vive nell’appartamento situato sopra la bottega insieme alla giovane e vivace moglie Leila e alla propria, non troppo anziana, madre Aicha. Leila si sente soffocata nel vivere in quell’ambiente così vecchio e decadente, sente tarpate le ali alla sua grande voglia di vivere (d’altronde, quale donna sarebbe contenta di vivere con la suocera?) e vorrebbe trasferirsi altrove. Ma per Tarek la libreria è una sorta di “missione” che ha ereditato dal defunto padre, e nel portarla avanti dimostra tutta la sua profonda devozione verso di lui. Ha però bisogno di una mano, così giunge alla libreria Jamil, un tenebroso giovane appena tornato al proprio paese dopo lunghe peregrinazioni all’estero e che finisce per risvegliare il desiderio d’amore di Aicha. El Kotbia rappresenta un film di sentimenti e di passioni soffocate dal senso del dovere e della morale.

L

Lahana Lalhih (Un Posto al Sole)

Marocco/Francia, 2004

Regia: Rachid Boutounes
Sceneggiatura: Ismaël Ferroukhi et Rachid Boutounes
Fotografia: Axel Cosnefroy
Montaggio: Magalli Baraban
Suono: Domenique Levert
Musiche: Youness Megri
Interpreti: Hamidou Benmassoud, Tarik Sbai, Elisabeth Meubry
Formato: 35 mm, col.
Durata: 14 min.
Versione Originale: Arabo, Francese
Produzione: Adelaide Productions
Premi: Premio Miglior attore – Hamidou Benmassaoud – Festival del Cortometraggio di Tangeri 2004, Premio CEM-Mondialità/COE – Miglior Cortometraggio –  Festival del Cinema Africano, d’Asia e d’America Latina 2005
Distribuzione: Adelaide Productions

Sinossi

Un uomo sulla sessantina riceve una medaglia al lavoro dal Comune. Vive in Francia da 1965, tutta una vita da immigrato al servizio della nettezza urbana. Oggi è in pensione. Invia in Marocco ad una donna senza volto e senza nome il diploma che lei appende con cura alla parete insieme a tutte le altre foto che hanno scandito i suoi anni di lontananza. È arrivato il momento di tornare al paese? Per ora si siede a prendere il sole al tavolino di un bar con gli altri pensionati.

Last Fishing Boat, The (L'Ultimo Peschereccio)

Malawi, 2012

Regia e Sceneggiatura: Charles Shemu Joyah
Fotografia: Peter Mazunda
Montaggio: Ernest Chikuni
Musiche: Agorosso Lloyd Paundi
Interpreti: Hope Chisanu, Robert Loughlin, Flora Suya, Tereza Mirovicová, Robert Kalua, Ashukle Mwakisulu
Durata: 105 min.
Versione originale: Inglese
Produzione e Distribuzione: FirstDawn Arts

 
Sinossi

Il film racconta la storia di un ex pescatore di successo del Lago Malawi che sta ora combattendo per i suoi valori minacciati dall’espandersi dell’industria turistica. Suo figlio è diventato una guida. Dall’altro lato, la sua bellissima terza moglie è combattuta tra la fedeltà al marito e le avances di un turista bianco, disposto a pagare qualsiasi prezzo per stare con lei.

Si è scritto…

Il mio sogno da regista è che il mio film possa far sì che l’intero mondo conosca qualcosa in più sulla cultura del Malawi e che possa apprezzare la bellezza di uno dei più affascinanti laghi della terra. In particolare The last fishing boat è un film che sa intrattenere il pubblico, essendo ricco di humour, tensione e suspance.

Intervista di Y. Sundu a Charles Shemu Joyah
su The Nation; www.mwnation.com

Per Joyah l’industria cinematografica del Malawi non può avere alcun nome, perché non c’è nessuno stile. “Se si guarda un film di un altro paese si può facilmente riconoscere quello di Hollywood, quello della Nigeria, quello dell’India, ma non c’è nessuna caratteristica che possa aiutare ad individuarne uno del Malawi”. Nel suo discorso il regista evidenzia come l’industria cinematografica in Malawi non si sviluppi a causa dello scarso interesse delle persone. Per questo l’arte nel paese è come un neonato. Per questo dice “di essere sorpreso che il film abbia attirato così tanto interesse all’estero”.

P. L. Pidothe, The Weekend Express

Scheda curata da Giovanni Rubin

Legend of the Ngong Hills, The (La Leggenda delle Colline Ngong)

Kenya, 2011

Regia: Kwamw Nyong’o
Suono: Kevin Safari
Durata: 10 min.
Versione originale: Inglese
Produzione: Kwame Nyon’g
Distribuzione: Apes in space

Sinossi

Questo breve filmato di animazione si basa su un racconto popolare Maasai. La storia è quella di un Orco che ha l’abitudine di attaccare il villaggio Masai, ma poi si innamora della giovane e bella Sanayian. Creato in piccolo a Nairobi, in Kenya, il regista e illustratore Kwame Nyongo s’ispira al patrimonio e alla cultura propri delle storie africane.

Guarda il trailer del film

Lezare (Per Oggi)

Etiopia, 2010

Regia e Sceneggiatura: Zelalem Woldemariam
Operatore: Tobias Wettstein
Montaggio: Mark Morgan
Musiche originali: Danny Mekonnen, Jonah Rapino
Interpreti: Yemeserach Gembero, Mesfin Alemu, Binyam Teshome, Fantu Mandoye
Produzione: Zelalem Woldemariam / Etiopia
Durata: 14 min.

 

Sinossi

Lezare significa “per oggi”. Attraverso la vicenda di un ragazzino senza dimora in un piccolo villaggio del sud dell’Etiopia, il cortometraggio veicola un messaggio forte sul riscaldamento globale, rivelando i pericoli che ricadranno sulle future generazioni qualora si viva pensando solo all’oggi.(www.zelemanproduction.com).

Si è scritto…

Lezare (For Today) di Zelalem Woldemariam è un piccolo film di 14 minuti che esplora il rapporto tra il depauperamento dell’ambiente e la povertà […] capace di produrre emozioni attraverso il linguaggio specifico della forma espressiva cinematografica.

www.tadias.com

Zelalem Woldemariam adotta la tipologia del racconto morale, entro cui si muove con un’eleganza sensibile alla composizione dell’inquadratura e alle transizioni tra le sequenze. Lo spettatore non si lasci ingannare dall’apparente “trasparenza” della narrazione: la morale che chiude l’apologo non ha nulla di ingenuo.

ImmaginAfrica

Lucky

Sudafrica, 2011

Regia e Sceneggiatura: Avie Luthra
Fotografia: John Pardue
Montaggio: Liz Roe
Suono: Stuart Heslop, Chris Parten
Musiche: Bradley Miles

Interpreti
: Joy Mwandla, Muthal Naidoo, Thami Selby Sikhosana
Formato: 35 mm, col.
Durata: 20 min.
Versione originale: Zulu, Inglese
Produzione e Distribuzione: Avie Luthra Films Ltd
Premi: Cinequest San Jose (Premio della Giuria dei Giovani), Aspen Shortsfest (Menzione Speciale), AFI Fest Los Angeles 2006 (Menzione Speciale).

Sinossi

Lucky è la storia di un ragazzino come tanti oggi in Sudafrica che, rimasto orfano, deve lasciare il prorpio villaggio per recarsi in città, a Durban, dove vive lo zio. S’intuisce che la madre, prima di morire, ha affidato la sorte del figlio alle cure del parente più prossimo, con la prospettiva che possa andare a scuola e crescere in un ambiente sereno, con la possibilità di crearsi un avvenire dignitoso.
Tutto quello che Lucky possiede è questo parente, un nastro registrato dalla madre per congedarsi dal figlio e la speranza di poter andare a scola.
La realtà che Lucky trova nel suo nuovo ambiente di città si presenta, però, più dura del previsto, soprattutto per quello che riguarda il rapporto con lo zio, il quale rivela da subito una vita sregolata, fatta di espedienti. Un continuo via vai di donne, conoscenze occasionali, e, soprattutto, non si occupa per niente del nipote. Inoltre, Lucky deve fare i conti con l’ostile vita urbana, con la paura e la diffidenza della gente: il primo ostacolo lo trova nella vicina della porta accanto, Padma, una donna indiana, anziana e che, per giunta, odia i neri. Ma dopo i primi momenti di tensione, l’anziana donna capisce la situazione del ragazzino e si dimostra accogliente e ospitale: sarà proprio Padma che darà la possibilità a Lucky di ascoltare il nastro con il messaggio della madre. Questo susciterà una reazione contrastante nell’animo del bambino che si sentirà abbandonato a se stesso e, per una notte, fuggirà via a vagabondare per le strade della città, come tanti ragazzi di strada.
Il film, dichiara il regista, aveva lo scopo di sensibilizzare sulla situazione tragica di tanti ragazzi che rimangono orfani a causa dell’AIDS, sulle difficoltà che vivono, spesso precario, se non di abbandono. Il Sudafrica è un paese dove la mortalità, a causa dell’AIDS, ha un’incidenza altissima, circa il 40% e, per contro, è privo di strutture che possano dare ospitalità e sostegno a questi ragazzi.
Anche l’idea del nastro appartiene a una pratica comune di queste madri morenti che lasciano come ultimo messaggio una “scatola di memoria” per i propri figli.
Altra tematica importante di questo significativo cortometraggio è l’incontro-scontro interculturale che mette a confronto neri e asiatici, indice del mosaico di popoli che compone il tessuto sociale sudafricano attuale.
Anche il nbome stesso del protagonista (“fortunato”) è paradossale: sembra proprio uno scherzo del destino che non risparmia nulla e nessuno, che costringe Lucky a crescere in fretta, a prendere sulle spalle il proprio destino, con la coscienza di ritenersi fortunato perchè la vita, per quanto ingrata, è comunque un bene e un dono che merita di essere vissuto sempre e comunque.

M

Maibobo (Ragazzo di Strada)

Ruanda, 2010

Regia e Sceneggiatura: Yves Montand Niyongabo
Fotografia: Jean Bosco Nshimiyimana
Montaggio: Jean Bosco Nshimiyimana
Suono: Clément Ishimwe
Musiche: Clément Ishimwe
Interpreti: John Kwezi
Produzione: Almond Tree Films – Rwanda
Formato: Video
Versione originale: Kinyarwand

Sinossi

Quindici anni dopo il genocidio in Ruanda, molti bambini rimasti orfani sono diventati maibobo (ragazzi di strada) e vivono tutt’oggi ai margini della società. Dai racconti e dalle esperienze di questi ragazzi, nasce il film: un racconto commovente e crudo sulla loro difficile esistenza. Piedi scalzi e sacco sulle spalle con tutti i suoi averi, un ragazzo di strada dalla campagna si dirige verso la città in cerca di fortuna.

Si è scritto…

Maibobo del giovanissimo regista rwandese Yves Montand Niyongabo (22 anni) è, nonostante certe imprecisioni tecniche, un buon primo cortometraggio a sfondo sociale. La camera del giovane regista entra nei particolari del quotidiano di questi ragazzi, limitando i dialoghi e i suoni all’essenziale, forse anche per non sovraccaricare inutilmente di drammaticità una storia già fortemente triste. Un esempio di cinema, quello di Niyongabo, capace di trasmettere temi sociali, ma soprattutto una stesura cinematografica interessante, che mostra un talento nascente.

www.nigrizia.it

Maison Jaune, La (La Casa Gialla)

Algeria/Francia, 2007

Regia e Sceneggiatura: Amor Hakkar
Fotografia: Nicolas Roche
Montaggio: Lyonnel Garnier
Suono: Kamel Mekesseur
Musiche: Jo Macer
Interpreti: Amor Hakkar, Aya Hamdi, Tounès Ait-Ali
Formato: 35 mm
Durata: 80 min.
Versione originale: Berbero, Arabo
Produzione e Distribuzione: Sarah Films
Premi: Festival di Locarno 2007 (Premio Federazione Internazionale dei Cineclub, Premio della Giuria Ecumenica, Terzo premio della Giuria dei Giovani), Festival International du Cinéma Méditerranéen de Montpellier 2007 (Premio del Sostegno Tecnico) Mostra de Valencia – Cinéma del mediterranei 2007 (Palma d’oro)

 

Sinossi

Dal retaggio di un’esperienza personale che ha visto il regista cimentarsi con la necessità del trasporto della salma del proprio padre attraverso le regioni algerine dell’Aurés, Amor Hakkar – al contempo regista, sceneggiatore ed interprete – dà forma ad una storia semplice e lineare, che, con una poeticità intrisa di disarmante ironia, ci fa incontrare il dolore della morte, la tenerezza delle relazioni umane, l’anonimato delle procedure amministrative. La prima parte ci conduce, con esasperante, adeguata lentezza, nel viaggio di un padre che percorre il tragitto che lo separa dalla salma del proprio figlio confrontandosi con una burocrazia che – spoglia come i paesaggi che vengono attraversati – mostra tutta la sua inadeguatezza rispetto all’eticità dei comportamenti; la seconda, con il ritorno a casa, ci mette a confronto con il disagio dell’elaborazione di un lutto che, caparbiamente, sembra non volersi aprire ad alcuna possibilità di soluzione. Nella tenerezza degli affetti, mai messa in ombra dalle difficoltà intrinseche alla povertà materiale, vengono tentati numerosi stratagemmi, di volta in volta scoperti e riproposti come possibili “medicine contro la tristezza”: artifici che quasi disorientano per la loro semplicità. Tutto sembra sempre inadeguato al contesto e proprio questo introduce degli elementi di spaesamento che ci consentono di vedere le stesse cose con altri occhi. Una semplicità che sembra permeare di sé tutta la dinamica del film, senza che, tuttavia, si scada mai nel semplicismo. Un film in cui le immagini parlano al di là dei dialoghi e le musiche accompagnano magistralmente una vicenda che si dispiega con delicatezza estrema.

Making Off

Tunisia, 2006

Regia: Nouri Bouzid
Sceneggiatura: Monia Mnif Cherif
Fotografia: Michel Baudour
Montaggio: Karim Hammouda
Suono: Michel Ben Saïd
Interpreti: Lotfi Abdelli, Lotfi Dziri, Afef Ben Mahmoud, Fatma Saidane, Foued Litayem 
Formato: 35 mm
Durata: 120 min.
Versione Originale: Arabo
Produzione e Distribuzione: CTV Services
Premi: Jounées Cinématographiques de Carthage 2006 (Tanit d’or)

Sinossi

Come può un giovane trasformarsi in una bomba umana? Qual è il percorso di addestramento dei giovani kamikaze? Il regista Nouri Bouzid, che con questo film ha vinto per la seconda volta il Tanit d’oro al Festival di Cartagine, propone una delle tematiche più inquietanti che attraversano il mondo contemporaneo. L’originalità del suo approccio sta soprattutto nell’intreccio di due diegesi: una narrativa e una meta-narrativa. Protagonista della prima è Bahta, un ragazzo di strada che sogna di diventare un ballerino e che vive un grave conflitto col padre, con la scuola e con le autorità in generale. Dopo l’ennesima lite in famiglia, cerca di racimolare del denaro per emigrare, ricorrendo anche a piccoli furti, ma il suo progetto fallisce. Ricercato dalla polizia, viene avvicinato dagli islamisti, che gli offrono ospitalità, protezione, nuovi padri e nuovi obiettivi.

Siamo nel 2003, è in corso la guerra in Iraq e in Tunisia, come in altri paesi arabi, si arruolano giovani che vadano ad unirsi a combattere contro gli eserciti dell’occupazione. Inizia così un percorso di addestramento che porterà Bahta a rinnegare tutta la sua storia e i suoi affetti, pur di guadagnarsi il paradiso dei martiri. L’itinerario di Bahta è spaventoso, una progressiva spersonalizzazione che incute terrore nello stesso attore che interpreta la sua parte, Lotfi Abdelli e che, nel corso delle riprese, giungerà a dire al regista: “stai creando un mostro (si riferisce al film) che potrebbe ucciderci, ho paura… non dormo più” e il regista gli risponde “neanch’io”. Proprio la paura è il tema centrale di Akher Film (“l’altro film”, titolo originale in arabo di Making Off), paura lungo la quale si svolge il filone meta-narrativo. Attraverso il making-off, Bouzid lascia spazio all’espressione di punti di vista che, all’interno della storia, non avrebbero trovato adeguata rappresentazione: al discorso dell’islamismo si contrappone l’islam laico, moderno, e a questi l’ateismo. Una pluralità di approcci che contrasta con le narrazioni correnti del mondo arabo, rivendicando il diritto di critica dall’interno, sola forma di lotta contro l’integralismo e per la libertà d’espressione.

Il finale non è poliziesco, né gratificante. Tragico e un po’ mitico, sembra suggerire che l’unica lotta, contro l’integralismo e contro chi sfrutta la legittima ribellione dei giovani per i propri interessi personali, sia ideologica e passi attraverso la difesa della libertà d’espressione e il diritto di sognare il paradiso sulla terra, non nell’al di là.

Manara, el

Algeria, 2004

Regia: Belkacem Hadjadj
Sceneggiatura: Salim Aissa
Fotografia: Ahmed Messaad
Montaggio: Alima Arouali
Musiche: Redouane Bouhired
Interpreti: Samia Meziane, Tarek Hadj Abdelhafid, Khaled Benaïssa.
Formato: 35 mm, col.
Durata: 93 min.
Versione Originale: Arabo
Produzione e Distribuzione: Machahou Production 

Sinossi

Tre giovani amici, Asma, Fawzi e Ramdane, condividono un’amicizia particolare e conducono una vita spensierata. Gli avvenimenti dell’ottobre 1988, la repressione, la rivolta per la democrazia e l’ascesa dell’integralismo islamico hanno inciso pesantemente sulle loro vite e sui loro rapporti. Fawzi (Khaled Benaïssa), giornalista che lavora per la stampa indipendente, e Ramdane (Tarek Hadj Abdelhafid), medico sensibile ai problemi della gente comune, si contrappongono l’uno all’altro scegliendo strade diverse che li porteranno a separarsi e a ritrovarsi poi in un scontro socio-politico che porterà a mettere in discussione il loro rapporto. Asma (Samia Meziane) tenta inutilmente di tenere unito il trio. Nessuno dei tre ne uscirà indenne.

El Manara è un mausoleo sul mare dove si celebra una festa tradizionale: un momento di gioia e serenità destinato a diventare un lontano ricordo.

Mascarades (Mascherate)

Algeria/Francia, 2008

Regia: Lyes Salem
Sceneggiatura: Lyes Salem e Nathalie Saugeon
Suono: Nicolas Provost, Pierre André, Marc Doisne
Montaggio: Florence Ricard
Musiche: Mathias Duplessy
Scenografia: Jaoudet Gassouma
Costumi: Hamida Hamzal
Interpreti: Lyes Salem, Sarah Reguieg, Mohamed Bouchaïb, Rym Takoucht, Merouane Zmirli, Mourad Khen
Produzione: Dharamsala-Isabelle Madelaine in coproduzione con Laith Média (Algeria)-Yacine Laloui
Formato: 35 mm.
Durata: 92 min.
Versione originale: Arabo, Francese

 

Sinossi

Divertente ed ironica commedia ambientata in un villaggio nella regione delle Aurès (Algeria) dove gli abitanti si scambiano sentimenti di solidarietà e invidia, così come accade in tutte le piccole comunità Mounir è molto attento alle apparenze e l’unico neo della sua famiglia è Rym, la sorella narcolettica che si addormenta all’improvviso scatenando l’ilarità e l’imbarazzo dei presenti. Mounir l’adora ma non vuole riconoscerne la malattia. Una notte, ubriaco, annuncia agli amici del bar che Rym sta per sposare un ricco uomo d’affari. La notizia si diffonde e Mounir e la sua famiglia diventano in breve il centro d’attrazione e di pettegolezzo di tutto il paese. Per non sfigurare Mounir deve tener fede alla sua dichiarazione e comincia i preparativi per il matrimonio…

Si è scritto…

«Il tono umoristico si addice all’Algeria più di quello tragico malgrado l’Algeria viva dei momenti difficili. È una società in cui l’autoderisione è molto presente, si ride molto dei propri mali. Avevo anche il desiderio di rompere con i soliti cliché: l’Algeria ha diritto a fare un cinema di genere. E io ho voluto fare del cinema, non della cronaca sociale».

Intervista a L. Salem, www.allocine.com

Matière Grise (Materia Grigia)

Ruanda, 2011

Regia e Sceneggiatura: Kivu Ruhorahoza
Fotografia: Ari Wegner
Montaggio: Antonio Rui Ribeiro
Musiche: Eugene Safari
Interpreti: Hervé Kimenyi, Ruth Nirere, Ramadhan Bizimana, Jp Uwayezu
Formato: 35 mm
Durata: 110 min.
Versione originale: Kinyarwanda e Francese
Produzione: Scarab Studio
Distribuzione: Centro Orientamento Educativo

 

Sinossi


A Kigali, il giovane filmmaker Balthazar cerca soldi per produrre la sua opera d’esordio, ma il governo rifiuta di finanziarla perché parla delle conseguenze del genocidio del Ruanda, proponendo invece al ragazzo di scrivere un altro film, di sensibilizzazione, sul problema dell’AIDS e della violenza sulle donne. Ma Balthazar avvia comunque le riprese del suo film Il ciclo dello scarafaggio, in cui racconta due storie diverse. La prima ha per protagonista un ragazzo, impazzito e rinchiuso in manicomio dopo essere stato costretto a diventare un assassino durante la guerra civile del 1994. La seconda storia è focalizzata su due fratelli, Justine e Yvan, in continua lotta con il terribile ricordo delle immagini dei corpi dei genitori arsi vivi nel cortile di casa.

Si è scritto…

Ho voluto iniziare con un racconto su un fratello e una sorella che hanno avuto un’esperienza traumatica. Poi ho scritto un’altra storia su un pazzo che potrebbe essere coinvolto nell’omicidio dei genitori di questi due ragazzi. Così è diventata un’unica, lunga storia. È qualcosa di davvero sperimentale e di non facile comprensione. Ho così provato a raccogliere i fondi, ma è stata un’esperienza frustrante. Ci sono dei riferimenti alla mia vita. Ho sofferto a scrivere la storia, perciò perché non raccontare proprio di questa cosa? Allora ho scritto la parte di un regista che non riesce a girare un film che gli sta tanto a cuore.

Intervista di F. R. Lee a Kivu Ruhorahoza sul, New York Times

 

Il primo vero film girato da un ruandese nel suo paese è molto più sperimentale di quanto si potrebbe pensare per il debutto di una cinematografia nazionale. È difficile a descriversi, ma è ancora più impegnativo spiegare le sue misteriose metafore e idee. Il metodo che usa per veicolare i suoi temi ci suona famigliare, ricordando film come Our Beloved Month of August o molti dei lavori di Apichatpong Weerasethakul, ma se ne differenzia per un approccio più tradizionale alle riprese. […] C’è una rabbia profonda e soffocata che freme durante l’arco del film e che, pur senza esplodere, è sempre avvertibile. Abbiamo, dunque, un film riflessivo sulla terribile tragedia che ha luogo nell’Africa orientale. […] Forse c’è un tocco dell’8 ½ di Fellini in quanto entrambi i film riguardano la vita di un regista e il difficile rapporto tra la realtà e la finzione.

T. A. Obenson e C. Bell, Indie Wire; www.blogs.indiwire.com

 

Scheda curata da Giovanni Rubin

Mère Bi (La Madre)

Senegal, 2008

Regia e Sceneggiatura: Ousmane William Mbaye
Immagine e Suono: Ousmane William Mbaye
Montaggio: Laurence Attali
Musiche: Doudou Doukouré
Missaggio: Laurent Thomas, Anne Louis
Interpreti : Annette Mbaye d’Erneville
Produzione : Autoproduction, Films Mame Yandé, INA Institut National de l’Audiovisuel
Formato: Video
Durata: 55 min.
Versione originale: Francese e Wolof

 

Sinossi

Il film è un ritratto di Annette Mbaye d’Erneville, prima donna giornalista diplomata del Senegal. Pioniera e militante dell’emancipazione femminile, Annette Mbaye d’Erneville, madre del regista, nasce a Sokone nel 1926. Vissuta durante il periodo coloniale, studia in Francia dove si inserisce nell’ambiente intellettuale e conosce coloro che diventeranno i principali protagonisti dell’indipendenza del suo paese. Nel 1957 rientra in Senegal per prendere parte attiva al processo democratico.

Si è scritto…

«Da subito Annette Mbaye Derneville mostra un’identità composita. Le sue origini la predispongono al cosmopolitismo. […] Giornalista e pioniera, poetessa in segreto, militante anzi tempo dei diritti delle donne. Una cristiana apostolica che porta Serigne Touba nel cuore, un’amante della radio, della scrittura, del cinema e del teatro. Appassionatamente ‘diaista’ ma lucidamente “senghorista”, ha visto nascere il suo paese e sorvegliato ogni giorno il corso del suo destino. […] Tentato dall’omaggio, il realizzatore ha avuto il buon senso di non ridursi al ritratto della propria madre. Sullo sfondo, traccia il percorso di una generazione dai capelli bianchi, testimone di un’epoca e sentinella di saggezza. Mère-b (la madre, in wolof) è nel quotidiano, anche la mamma felice e sempre impegnata che ha conservato il senso dell’umorismo».

S. Cisse A.R. Mbengu, Wadeukeubi; www.wadeukeubi.com

Mitumba: the Second Hand Road (Mitumba: la Strada di Seconda Mano)

Italia, 2005

Regia: Raffaele Brunetti
Sceneggiatura: Raffaele Brunetti, Ilaria De Laurentis    
Fotografia: Gianni Maitari
Montaggio: Ilaria De Laurentis
Musiche: Giuseppe Napoli
Durata: 60 min.
Versione originale: Inglese, Tedesco, Italiano e Swahili
Produzione: B&B Film
Distribuzione: Doc Video

 

Sinossi

La maglietta di Felix, bambino tedesco di 10 anni, viene depositata nel cassonetto per la raccolta di abiti usati. Regalata, poi raccolta, poi venduta e acquistata più volte, fino ad arrivare all’ultimo proprietario: Lucky un bambino di 9 anni in uno sperduto villaggio in Tanzania. Seguiamo quindi la via del commercio degli abiti usati, una via tortuosa e ancora sconosciuta che rivela una realtà sorprendente.

Si è scritto…

Mitumba è un titolo preso in prestito dallo Swahili, che letteralmente significa imballaggio o confezione, ma che oggi è comunemente usato in diversi paesi dell’Africa per indicare il mercato degli abiti di seconda mano, per lo più provenienti dall’America e dall’Europa Occidentale. […] Dietro ai cassonetti di raccolta degli abiti usati non si nasconde il volto di un “bisognoso” che riceve gratuitamente ciò che non viene più utilizzato, ma una vera e propria ramificazione di imprese più o meno piccole che si occupano della raccolta, dello smistamento, dell’imballaggio, delle spedizioni e che traggono il loro profitto dalla vendita nei paesi meno sviluppati. […] Gli straccivendoli, un appellativo che l’aberrante moda del politically correct ha storpiato nel “più decoroso” riciclatori tessili, hanno cambiato volto perdendo la loro vocazione semi-itinerante e prettamente nazionale, quando non addirittura cittadina, per proiettarsi sul mercato internazionale, avvalendosi spesso del supporto di iniziative no profit dalle quali acquistano il nome.

F. Bea, Sentieri Selvaggi, www.sentieriselvaggi.it

 

In alcuni paesi africani i vestiti usati costituiscono la prima voce di importazione, infatti il 90% della popolazione si veste di seconda mano. Li chiamano “i vestiti dei bianchi morti” perché in Africa è inconcepibile pensare di disfarsi di cose ancora utilizzabili a meno che non appartengano a un morto. Vicende, luoghi e personaggi creano un mosaico che compone la via del commercio degli abiti usati, una via tortuosa e ancora sconosciuta che rivela una realtà sorprendente. “In Africa ho visto i ricchi di Dar es Salaam preferire i vestiti usati perché quelli nuovi sono scadenti. Ho imparato che lì tutti credono che noi Europei ci liberiamo dei nostri indumenti vecchi vendendoli e non donandoli. Al contrario gli Europei sono convinti che i vestiti usati vengano regalati a poveri e bisognosi. Ho visto l’Africa che sta cambiando velocemente e ho visto che i produttori cinesi tentano di penetrare in maniera capillare il mercato con vestiti nuovi a prezzi stracciati, facendo concorrenza anche all’usato. Se questo un giorno avverrà, i bianchi vivi dovranno provvedere da soli a smaltire i vestiti dei bianchi morti”.

P. Esposito, Caffè News, www.caffenews.it 

Scheda curata da Giovanni Rubin

Moolaadé

Senegal/Burkina Faso/Marocco/Tunisia/Camerun, 2004

Regia e Sceneggiatura: Ousmane Sembène
Fotografia: Dominique Gentil
Montaggio: Abdellatif Raiss
Suono: Denis Guilhem, Jean-Guy Veran
Musiche: Boncana Maiga
Interpreti: Fatoumata Coulibaly, Maimouna Hélène Diarra, Salivata Traoré, Aminata Dao, Dominique T. Zeda, Mah Comparé
Formato: 35 mm, col.
Durata: 117 min.
Versione Originale: Dioula
Produzione: Filmi Doomireew, Ciné-Sud Promotion, Direction of National Cinematography, Cinema Of Morocco, Les Films de la Terre africane
Premi: Prix un Certain Regard-Festival de Cannes 2004, National Society of Film Critics Awards USA-Best Foreign Picture, Jury Prize-Marrakech, Nominee European Awards-Best Foreign Picture
Distribuzione: Lucky Red


Sinossi

Collè Gallo Ardo Sy è l’unica nel villaggio a non avere mai escisso la figlia. L’escissione è una mutilazione del sesso femminile, un rituale tradizionale che praticano solo alcune etnie africane. Un giorno sette bambine si rifugiano a casa sua chiedendo protezione (Moolaadé): non vogliono essere escisse. Il villaggio è in subbuglio. Le anziane, le madri delle bambine, il marito, il capo del villaggio, tutti sono contro Collé, che cerca in ogni modo di resistere e far valere le proprie ragioni.

N

Nairobi Half Life

Kenya/Germania, 2012

Regia: David “Tosh” Gitonga
Sceneggiatura: Serah Mwihaki, Charles “Potash” Matathia, Samuel Munene, Billy Kahora
Fotografia: Mohamed Zain
Montaggio: Mkaiwawi Mwakaba
Interpreti: Joseph Wairimu, Maina Olwenya, Nancy Karanja
Durata: 97 min.
Versione originale: Swahili, Kikuyu e Inglese
Produzione: One Fine Day Films, Ginger Ink Films
Distribuzione: One Fine Day Films

Sinossi

Un adolescente, che proviene da un villaggio dell’interno del Kenya, parte alla volta di Nairobi per realizzare il sogno di diventare attore, nonostante la contrarietà della famiglia. Una volta giunto nella capitale, il ragazzo si rende subito conto dei motivi per cui è soprannominata “Nairobbery”.

Si è scritto…

Ambientarsi in un contesto schiacciato da violenze, rapine e gang criminali non è semplice, ma il giovane è tenace e fa di tutto per affermarsi nella grande città dalle molteplici opportunità. Il film, diretto dal keniota David Gitonga, racconta la classica storia del passaggio all’età adulta di un adolescente che parte da una condizione di inconsapevolezza e ingenuità, per poi scontrarsi con le durezze della realtà in una città attrattiva ma, al tempo stesso, insidiosa. Ciò nonostante, il film non perde mai i toni positivi e ottimistici dell’inizio, anche grazie al carattere da combattente del protagonista.

www.mymovies.it

L’espressione Half Life simbolizza la doppia vita che Mwas conduce e fa riferimento a una frase che si usa in Kenya. Quando un fumatore chiede all’altro una half-life, significa che chiede di dividere e fumarne l’ultima parte, di solito considerata la migliore, di una sigaretta. L’ingenuità e delicatezza del protagonista, la fiducia e determinazione sono le sue armi vincenti. Per chi abita a Nairobi il film deve suscitare sicuramente sentimenti contrastanti: i personaggi, i luoghi, le storie sono familiari e riconoscibili. Vedere il film a Westgate, Nairobi, è stata un’esperienza esilarante. Nonostante la tragicità e la durezza della storia e di alcune immagini, il trasporto del pubblico, i commenti ad alta voce, le ovazioni, facevano sentire in mezzo a una vera e propria performance. Nei momenti in cui saliva la tensione pareva di essere sulle montagne russe, trascinati dal coinvolgimento collettivo.

C. Ali Farah; www.vogue.it

La maggior parte dei film locali fallisce il suo intento a causa di una recitazione scarsa, della povertà della produzione e dell’incapacità di coinvolgere lo spettatore. Nairobi Half Life, invece, ti cattura subito e ha una storia che si snoda in modo emozionante fino alla fine. Se questo è un segno, allora il cinema kenyota ha un futuro luminoso.

www.hapakenya.com

Scheda curata da Giovanni Rubin

Noire de..., La (La Nera di...)

Francia/Senegal, 1966

Regia e Sceneggiatura: Ousmane Sembène
Fotografia: Christian Lacoste
Montaggio: André Gaudier
Musiche: Air populaire sénégalais
Interpreti: Thérèse M’Bissine Diop (Diouana), Anne-Marie Jelinek (la patronne), Robert Fontaine (le patron), Modu Nar Sene (l’ami), Ousmane Sembène (l’enseignant)
Formato: 35 mm – noir et blanc
Durata: 65 min.
Versione Originale: francese
Produzione: Les Films Domirev (Sénégal), Actualités françaises (France)
Premi: Premio Jean Vigo (Parigi). Gran Premio del Festival dell’Arte Nera di Dakar

Sinossi

A Dakar, Diouana, giovane analfabeta, viene assunta da una coppia di borghesi bianchi. Lei è incaricata di occuparsi dei loro figli, attività che le garantisce considerazione tra i suoi pari. Per ringraziare di questa situazione privilegiata, Diouana regala una maschera tradizionale alla sua padrona… che non sembra però avere gli strumenti per dar senso a quel gesto. Alla richiesta della coppia di seguirli in Francia, continuando a lavorare per loro, Diouana risponde accettando subito di accompagnarli. In Francia, però, le cose cambiano. Diouana si trova nella condizione di  dover svolgere tutte le faccende domestiche, ridotta alla servitù senza nemmeno un giorno di riposo…

Nos Lieux Interdits (I nostri Luoghi Proibiti)

Francia/Marocco, 2008

Regia e Sceneggiatura: Leïla Kilani
Fotografia: Eric Devin, Benoît Chamaillard
Suono: Meryem Rene
Montaggio: Leïla Kilani, Tina Baz
Produzione: CDP (Catherine Dussart Production), Socco-Chico
Formato: Video
Durata: 108 min.
Versione originale: Arabo

 

Sinossi

Tra il 1960 e il 1980 sotto il regime di Hassan II, centinaia di oppositori sono morti e migliaia sono scomparsi senza lasciare traccia. Nel 2004 un’istanza di equità e riconciliazione avviata dal re Mohamed VI ha indagato su queste violenze di stato al fine di indennizzare i parenti delle vittime. Il film segue questa inchiesta dalla prospettiva di quattro famiglie marocchine.

 

Si è scritto…

Il passato dei Padri scomparsi è costituito dai luoghi proibiti: semplici caserme, edifici amministrativi, luoghi anonimi. Per vent’anni questi luoghi sono rimasti visibili, ma non penetrabili. Si poteva vederli, si poteva avvicinarsi ma non si poteva varcare la soglia. Non si poteva che immaginare […] Disseminati su tutto il territorio marocchino, questi luoghi hanno costituito la memoria marocchina, hanno simboleggiato quel potere di cui il Marocco contemporaneo nasce.

Intervista a L. Kilani, www.noslieuxinterdits.com

Le stanze in cui si ritrovano le famiglie diventano lo spazio della rivelazione. Il disagio, i silenzi parlano delle difficoltà di far risalire il dolore. Celebrare il lutto di coloro che sono scomparsi può comportare anche una nuove lacerazioni in seno alle famiglie. Nos lieux interdits parte infatti dalle parole delle vittime per approdare a un dialogo inedito tra le generazioni. Leïla Kilani infatti valorizza i personaggi e non delle teorie sui problemi della società. Nel corso degli anni affiorano i limiti dell’iniziativa promossa dall’Instance Équité et Réconciliation, che non offre risposte concrete alle famiglie. “Ho scelto di lavorare sul sistema politico e sulle tracce lasciate nelle famiglie”, commenta la regista. Con la sua troupe ridotta, le riprese protratte su tempi lunghi, la regista capta le confidenze, cercando, con le sue inquadrature talvolta esitanti, come di catturare una realtà che insistentemente sfugge. Nos lieux interdits resta un film sobrio, incline all’ascolto, che evita di illustrare ricorrendo alle numerose immagini d’archivio accessibili.

M. Amarger, www.africine.org

Nostri anni Migliori, I

Italia, 2011

Regia, Fotografia e Montaggio: Matteo Calore, Stefano Collizzolli
Musiche: Claudio Conforto, Lorenzo Bonarini
Interpreti: Adel ben Gaied, Mouez Bouarida, Mehrez Houihoui, Nader Lihwel, Fehti Ouesleti
Durata: 46 min.
Produzione: ZaLab, Toni Corti
Distribuzione: ZaLab

 

 

 

Sinossi

Che cosa resta di una rivoluzione nelle vite delle persone che l’hanno attraversata? Tra febbraio e aprile 2011 ventitremila tunisini arrivano a Lampedusa. Il governo italiano urla all’invasione, si parla di un’orda barbarica, di un esodo biblico, di uno tsunami umanitario. Non si parla invece della storia di queste persone. Dai campi di prima accoglienza di Manduria, Mineo e Palazzo San Gervasio cinque di loro si raccontano. Un’intera vita soffocata sotto il regime di Ben Ali, la rivoluzione inaspettata e dirompente che l’ha messo in fuga. Poi la possibilità di partire, per alcuni a lungo sognata e per altri solo improvvisata. Gli anni migliori sono i loro: quelli di una generazione cui per troppo tempo è stata negata la libertà, e che ora ha deciso di provare a prendersela fino in fondo.

Guarda il trailer del film

 

Nothing but the Truth (Nient'altro che la Verità)

Sudafrica, 2008

Regia e Sceneggiatura: John Kani
Operatore: Jimmiy Robb, Marius Van Graan
Suono: Rick McNamee
Montaggio: Megan Gill, Jackie Le Cordeur
Musiche: Neill Solomon
Interpreti: John Kani, Warona Seane, Esmeralda Bihl
Produzione: Jazz Spirit
Formato: Video
Durata: 81 min.
Versione originale: Inglese

 

Sinossi

Sipho lavora in una biblioteca ed è fratello di un famoso leader dell’ANC fuggito in Inghilterra da dove non è più tornato. Ora che è morto, il suo corpo sta per tornare in Sudafrica e Sipho deve organizzare il funerale. L’evento è l’opportunità di riflettere sulla propria vita e sulle umiliazioni sopportate dal fratello, che è stato un eroe ma anche un uomo egoista. A sessant’anni, Sipho non ha ancora ottenuto una promozione nella biblioteca in cui ha lavorato per tutta una vita; malgrado la Commissione di verità e Riconciliazione, non ha nemmeno mai ottenuto giustizia per l’omicidio di suo figlio, avvenuto nel periodo dell’apartheid.

Si è scritto…

Nothing But The Truth investiga le complesse dinamiche tra coloro che sono rimasti in Sudafrica rischiando la propria vita nella lotta contro l’apartheid e coloro che sono tornati trionfalmente dopo aver vissuto in esilio».

Armattan productions; www.africanfilm.com

Dedicato al fratello di Kani, un poeta ucciso dalla polizia nel 1985, il film testimonia quanto il processo di assestamento sia ancora lontano dal suo completo espletamento. Il racconto è anche in un certo senso un melodramma domestico, dove non mancano rivelazioni di segreti di famiglia e confessioni liberatorie di emozioni represse, ma nei suoi 80 minuti arde un autentico fuoco di colpa e dolore, ad illuminare le pieghe e i dettagli di un tempo del quotidiano che non può prescindere dalla storia di un’intera nazione quando la vita di un singolo ne rappresenta la storia stessa.

M. Castagna; www.kinematrix.net

Nouakchott P.K. 0

Mauritania/Francia, 2011

Regia: AA.VV. (Dynamo Project)
Sceneggiatura: Aminatou Minth Maysara, Mohamed Ould el Khou, Fatimatou Minth Cheikh, Cheikh Ali Ould Sidi Bouia, Meimouna Sour, Mohamed Guelled, Fatima Adouba, Khalih Mektoub, Mohamed Moctar Baba, Moctar Ould Moctar, Julien Fiorentino, Stanislas Duhau
Suono: Aminatou Minth Maysara, Mohamed Ould el Khou, Fati
Durata: 18 min.
Versione originale: Hassanya e Francese
Produzione: Association L’Echangeur, Maison des Cinéastes
Distribuzione: Centro Orientamento Educativo

 

Sinossi

Un ritratto, quasi in forma di “frammenti” della capitale della Mauritania e dei suoi abitanti. Giovani e adulti, uomini e donne di varia età ed estrazione sociale si presentano e parlano in un film corale, parte del Dynamo Project. Coordinato da Stanislas Duhau e Julien Fiorentino, un collettivo ha partecipato a un workshop per realizzare un documentario di sensibilizzazione in materia di ambiente e sviluppo sostenibile.

Si è scritto…

La giuria della Fondazione CUMSE ha scelto questo film perché mostra una situazione che è comune in molti stati dell’Africa. Noi crediamo che questo sia un film educativo e che possa aiutare tutti, compresi gli africani, a comportarsi in modo rispettoso dell’ambiente. Da quando siamo in Italia abbiamo visto la differenza: le persone nelle città dell’Africa spesso gettano i loro rifiuti in strada e le autorità locali non aiutano a far capire che questo è un atteggiamento sbagliato e che può provocare dei disagi. Popolazione ed autorità dovrebbero collaborare, ma molto spesso i governi africani non pensano al bene dei cittadini. Per questi motivi assegniamo il premio a questo film, perché ci insegna il giusto modo di comportarci.

Premio assegnato al 22° Festival del Cinema dell’Africa, Asia e America Latina da rappresentanti della comunità straniera di Milano e volontari CUMSE

Un giovane che, pulendo il pesce in strada, confida di gettare gli scarti nel bidone e di far seccare il sangue gettandoci sopra della segatura, diventa pretesto per insegnare il rispetto per l’ambiente. Con questa modalità si svolge il documentario mauritano, che prosegue mostrando il lavoro di un addetto alla pulizia dei bagni pubblici, luoghi non confrontabili con gli standard occidentali e quindi ancor più bisognosi di qualcuno che se ne prenda cura per salvaguardare l’igiene cittadina. Ancora, un meccanico ogni settimana fa raccogliere l’olio delle auto da un’azienda specializzata e un gruppo di donne ricicla le bottiglie di plastica. Le testimonianze dei lavoratori sono inoltre avvalorate dall’intervento di un tecnico dell’istituto mauritano della ricerca oceanografica e della pesca, il quale avvisa dei rischi dell’inquinamento, che ha già iniziato a far cambiare i percorsi dei pesci; e da quello di un consigliere comunale, che mostra come il paese stia ancora pagando il malcostume dell’abbandono dei sacchetti di plastica, che impiegano ben quattro secoli per decomporsi: una curiosa soluzione trovata è quella di inserirli all’interno dei laterizi usati per costruire le abitazioni.

G. Rubin

O

O Grande Bazar

Mozambico, 2006

Regia e Sceneggiatura: Licínio Azevedo
Fotografia: Karl de Sousa
Montaggio: Orlando Mesquita
Suono: Gabriel Mondlane
Musiche: Chico António
Formato: Video, col.
Durata: 58 min.
Versione originale: Portoghese
Produzione: Ebano Multimedia
Distribuzione: Marfilmes
Premi: Festival Internazionale di Biarritz (FIPA d’Argento)

 

Sinossi

È difficile racchiudere O grande bazar in un’etichetta: fiction? Documentario? Docu-fiction, che nella forma stilistica e nei contenuti mette in scena un incrocio di prospettive. Non c’è, pertanto, un/il modello che renda ragione della singolarità del prodotto: Il tema è drammatico, ma il regista non sceglie il dramma e il film, anche nei contenuti, realizza un interessante gioco di contrasti, utilizzando peraltro sia bambini-attori, sia “ragazzi di strada” che hanno ben diversi modi di stare sulla scena e di presentarsi anche nello loro stessa fisicità.
In un interessante gioco di contrasti sociali i destini di Paito e Xano ci fanno entrare in un mondo in cui il bambino assume il ruolo dell’adulto prima di crescere. Le loro esistenze si confondono nel disordine del souk di una grande città che mescola le popolazioni più diverse. Schiavi di un ambiente pieno di rischi e violenze, fanno fronte alle situazioni problematiche con la semplicità e l’immaginazione di bambini che non sono già più tali. Paito è un dodicenne vivo  e intraprendente che entra di colpo in una realtà totalmente nuova per lui, mentre Xano, in modo del tutto diverso, è un ragazzo subdolo e pieno di arroganza. Sono entrambi frutto del loro tempo e vittime insospettate di una società spietata, ma introducono il valore della solidarietà nella lotta costante per la sopravvivenza, tanto che Paito non ha altra preoccupazione, in questo scontro, che quella di portare aiuto ai suoi. O grande bazar è la storia di una resistenza e di una redenzione.

One Goal (Un gol)

Spagna/Sierra Leone, 2008

Regia e Sceneggiatura: Sergi Agusti
Fotografia: Pep Bonet
Montaggio: Aurora Reinlein
Musiche: Fermin Dorado
Interpreti: Sierra Leones´fotball team
Produzione: Sergi Agusti Films / Spagna
Duarat: 26 min.
Formato: DV

 

Sinossi

Calcio e pace. Quando la passione si unisce ai sogni. Icone di guerra trasformate in simboli di speranza. Non solo un goal, ma anche una passione. Il percorso di una squadra di giovani amputati della Sierra Leone, che grazie alla loro energia sono diventati un esempio per la società; icone della guerra, sono riusciti a trasformare le loro vite in icone del futuro, grazie a una passione: il calcio.

Si è scritto…

In One goal, oltre al soggetto, colpisce la composizione formale dell’inquadratura, l’attenzione per la bellezza plastica dell’immagine che Sergi Agusti enfatizza attraverso una sorta di “fermo-immagine” in cui la trattazione si arresta, come per permettere allo spettatore di concedersi alla visione. Si è discusso a lungo, e si continua a discutere, se possa essere considerato “etico” esibire un approccio manifestamente estetico quando si affrontano argomenti sensibili, come nel caso dei mutilati di guerra. Nel caso di One goal, ci sembra tuttavia che questo approccio riveli un intento preciso, saldamente ancorato alla realtà di cui il film si fa carico: l’esigenza di una ri-educazione dello sguardo quale premessa per far scaturire nuove prospettive per l’avvenire. Senza nulla togliere alla denuncia delle cause e alle difficoltà del presente, lo sguardo che Sergi Agusti posa sul corpo e i movimenti dei giovani atleti della Sierra Leone ne esalta l’energia, la determinazione e lo slancio verso il domani.

Recensione curata da ImmaginAfrica

Ouaga Saga

Burkina Faso/Francia, 2004

Regia: Dani Kouyaté
Sceneggiatura: Michel Mifsud, Jean Denis Berenbau
Fotografia: Jean Claude Schiffrine
Montaggio: Jean-Daniel Fernandez
Musiche: Moktar Samba
Interpreti: Amidou Bonsa, Sébastien Belem, Jerome Kaboré, Aguibou Sanou
Formato: 35 mm, col.
Durata: 90 min.
Versione Originale: Francese
Produzione e Distribuzione: Pm audiovisuel

 

Sinossi

Vivacissimo ritratto dei giovani di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso. I loro sogni, gli eroi del cinema americano da imitare nella città del cinema africano, la piccola criminalità, le mille peripezie per cavarsela in un paese senza futuro. In quest’universo drammatico, il regista mantiene un tono comico e leggero, fa appello a tutti gli elementi possibili (anche effetti speciali) per dare un carattere fantastico e popolare al racconto della sua gente e reagisce all’afro-pessimismo esaltando la follia, il dinamismo, la gioia di vivere in una città in cui regna le legge del “Sistème D” ossia “se Débrouiller” (cavarsela).

Our Beloved Soudan (Il Nostro Amato Sudan)

Sudan, 2012

Regia e Sceneggiatura: Taghreed Elsanhouri
Fotografia: Yasar Seilf Al Deen Al Disouqi
Montaggio: Mohamad Mustapha
Interpreti: Amira Alteraify, Sadiq al-Mahdi, Joseph Lagu, Rebecca Garang, Pagan Amum, Hassan al-Turabi, Yasir Arman, Mohammed Wardi
Formato: Digibeta
Durata: 92 min.
Versione originale: Arabo e Inglese
Produzione: Taghreed Elsanhouri
Distribuzione: Sarah Films

 

Sinossi

“Il nostro amato Sudan” documenta il destino politico della nazione sudanese, dalla sua nascita nel 1956 alla sua eventuale partizione nel 2011. Giustapponendo un racconto personale con un commento sociale più ampio, la regista, Taghreed Elsanhouri, cerca di capire come il mondo è giunto alla conclusione inevitabile della partizione del Sudan e come il popolo sudanese sta venendo a patti con gli eventi.

Si è scritto…

Nonostante abbia lavorato con un budget esiguo (e si vede), Elsanhouri è riuscita ad avere accesso ai più importanti attori del conflitto interno del paese, ed è stata lungimirante nei confronti della recente indipendenza del Sudan del Sud. Bilanciando rare riprese d’archivio, interviste ed una toccante e profonda storia personale il documentario cresce in interesse laddove fatica in stile. Considerando la modestia del cinema sudanese, festival e canali di documentari dovrebbero annotarsi quest’opera. […] Il progetto è un documentario ben congegnato e argomentato in modo convincente che esamina l’asprezza delle divisioni del paese e l’inevitabilità della secessione.

J. Weissberg; www.variety.com

Our beloved Soudan contiene due film in uno. Da una parte la profonda e personale storia di una famiglia colta nel mezzo della divisione del Sudan fra nord e sud, dall’altra l’esame della complessità sociale e politica di questa divisione. […] La regista si mantiene neutrale, non facendo comparire il proprio punto di vista sulla preferenza per i separatisti o i contrari. Il suo è un occhio focalizzato su una questione che non ha ricevuto l’adeguata attenzione mediatica mondiale.

M. Ross; www.rollingstoneme.com

Mi piacerebbe che gli spettatori potessero entrare nella complessità delle dinamiche in gioco in Sudan. Con ciò intendo i problemi razziali, politici, religiosi ed economici. Inoltre spero che essi possano provare compassione per questa difficile situazione. La dissoluzione di una nazione è come la distruzione di una casa. A volte la via migliore è quella di prendere ognuno la propria strada, ma c’è sempre il rimpianto e la domanda del “cosa sarebbe successo se”.

Intervista di B. Ellerson a T. Elsanhouri; www.africanwomenincinema.blogspot.it

Scheda curata da Giovanni Rubin

P

Pégase (Pegasus)

Marocco, 2009

Regia e Sceneggiatura: Mohamed Mouftakir
Fotografia: Xavier Castro
Montaggio: Julien Foure
Suono: Taoufik Mekraz
Musiche: Wolfang Funk
Interpreti: Majdouline Drissi, Nadia Niazi, Fatim Zahra Bennasser, Saadia Ladib, Driss Roukh, Anas El Baz
Formato: 35mm
Durata: 104 min.
Versione originale: Arabo, Francese
Produzione: Fouad Challa, Dreamaker Productions
Distribuzione: Dreamaker Productions

 

Sinossi


Rihana è una giovane ragazza di vent’anni, nata in campagna e cresciuta come un uomo per volontà del padre. A seguito di un’esperienza traumatica, Rihana si ritrova in un ospedale psichiatrico. È convinta di essere stata violentata e messa incinta da un giovane del suo villaggio chiamato Zayd. Rihana crede che la sua gravidanza sia stata benedetta dal “Signore del Cavallo”, uno spirito ricorrente nei racconti di suo padre. Spetta a Zineb, la psichiatra, fare luce sul passato e sulle inquietudini di Rihana. Il suo lavoro si complica per l’atteggiamento non collaborativo della giovane donna, che talora appare immersa in un mondo immaginario in cui ha trovato rifugio. L’indagine su quanto accaduto a Rihana trascinerà Zineb in spirali che sfuggono al suo controllo. Il film si è aggiudicato l’Etalon d’Or di Yennenga del 2011 del Fespaco (edizione 2011).

Guarda il trailer del film

Pelote de Laine, La (Il Gomitolo di Lana)

Algeria/Francia, 2005

Regia e Sceneggiatura: Fatma Zohra Zamoun
Fotografia: Jacques Boumendil
Montaggio: Guillaume Paqueville
Suono:  Pierric Guennegan
Musiche: Franck Sforza
Interpreti: Fadila Belkebla, Mohammed Ourdache, Sofiane Ahsis, Louise Danel, Gil Morand et Didier Morvan
Formato: 35 mm
Durata: 14 min.
Versione originale: Arabo
Produzione e Distribuzione: 5ème Planate
Premi: Montréal 2006 (Menzione della Giuria Regard sur le Monde), Journées Cinématographiques de Carthage 2006 ( Tanit d’argent nella sezione cortometraggi), Festival du Film Court Francophone di Vaulx-en-Velin 2007 ( premio della stampa), Fespaco 2007 (Prix spécial ville de Ouagadougou, Prix Spécial de l’Espoir), Menzione speciale della giuria ufficiale del concorso cortometraggi africani e Premio CEM-Mondialità/COE al Miglior Cortometraggio del Festival Cinema Africano d’Asia e America Latina.

Sinossi

Cortometraggio ambientato nelle banlieu francesi degli anni ’70; è il momento in cui la Francia comincia a confrontarsi con un’immigrazione che cambia fisionomia, con i ricongiungimenti familiari, l’arrivo delle coppie, i diversi modi di intendere i rapporti e l’organizzazione familiare, con la poligamia e le peculiari configurazioni dei ruoli maschili e femminili, con la questione delle modalità attraverso le quali è possibile trovare la propria collocazione nel sistema di regole sociali e culturali. La regista, Fatma Zohra Zamoun, di origine algerina, immigrata in Francia alla fine degli anni ’80, intende realizzare un film “che si ancori alla realtà” e, prendendo spunto da racconti relativi alle vicende di famiglie di origine magrebina emigrata in Francia nel corso degli anni ’70,  intreccia il suo desiderio di trattare il tema della libertà e della segregazione (il postulato concettuale che fa da sfondo alla realizzazione del cortometraggio) con l’interesse per le storie di immigrazione (il materiale che dà forma al film). Su questa base realizza La pelote de laine, esternando con questo lavoro la sensibilità estetica da lei maturata attraverso l’amore e la pratica della pittura.

Mohamed e Fatiha, di origine algerina, si sono trasferiti in Francia con i loro due figli. Fatiha conduce una vita da segregata, poiché il marito ogni volta che esce di casa chiude la porta dietro di sé. Cosa farebbe una donna che si trovasse in queste condizioni? La risposta della regista è al contempo ironico-creativa e perturbante. Una duplicità che è stata a più riprese segnalata alla stessa realizzatrice, la quale risponde alla critica affermando che, se da una parte il suo intento era quello di “essere precisa sulla vita delle persone, sulle loro abitudini, sulla loro quotidianità”, dall’altra “non intendeva cadere nella facile denuncia” e, – secondo le sue stesse parole – “La pelote de laine parla della liberazione della donna, dell’indipendenza, ma in paratesto, a un secondo grado di lettura”.

Pirogue, La (La Piroga)

Senegal/Francia/Germania, 2012

Regia: Moussa Touré
Sceneggiatura: Abasse Ndione (autore del romanzo), Éric Névé, David Bouchet
Fotografia: Thomas Letellier
Montaggio: Josie Milievic
Suono: Martin Boissau, Thierry Delor, Agnès Ravez
Musiche: Prince Ibrahima Nour
Interpreti: Souleymane Seye Ndiaye, Laïty Fall, Malamine Dramé “Yalenguen”, Balla Diarra, Salif “Jean”Diallo
Formato: HDCAM SR
Durata: 87 min.
Versione originale: Francese
Produzione: Les Chauves-Souris

 

Sinossi

Da un piccolo villaggio di pescatori, nella periferia di Dakar, ogni giorno partono numerose imbarcazioni di fortuna dirette verso le isole Canarie. Trasportano gente disperata che fugge da una vita di povertà e miseria, per raggiungere la Spagna e tentare di cominciare una nuova vita. Baye Laye, capitano di una piroga di pescatori, si trova a dover ospitare trenta persone di diverse origini e lingue sulla sua imbarcazione, ed avventurarsi in un viaggio per mare dai risvolti inaspettati.

Si è scritto…

Il soggetto è tratto dalla realtà ed esistono documentari e reportages a riguardo. Ma non si era mai vissuto il dramma attraverso gli occhi dei protagonisti. Si conoscono le immagini di quelli che partono e di quelli che arrivano. Ma durante la traversata, comprata a peso d’oro, cosa succede veramente? […] Moussa Touré paragona il personaggio dello scafista, uomo cinico e venale, allo stato senegalese, che ha preferito lasciar partire i giovani piuttosto che farli lavorare. Certi passaggi del film ci fanno interrogare sulla nostra umanità, sui nostri stessi limiti di fronte alla necessità di sopravvivere. […] Il film mostra come le donne in frangenti così difficili prendano decisioni radicali e forti, ribaltando i cliché e i pregiudizi sulla figura femminile. Un film da vedere sia per la sensibilità e la visione lucida, che per gli attori perfettamente scelti.

www.tv5.org

È il diario di un crudele viaggio, con splendide scene sulla barca (ottima la fotografia). La navigazione si adatta alle mutevoli condizioni meteorologiche, alternando momenti di gioia e speranza a situazioni tremende e drammatiche, tutto con il forte supporto dell’incisiva e coinvolgente colonna sonora curata da Prince Ibrahima Nour. […] Durante la prima metà degli anni 2000, centinaia di migliaia di africani hanno cercato fortuna emigrando via mare dai sobborghi di Dakar. Circa 5.000 di loro hanno perso la vita. È a queste vittime di illusioni occidentali che Moussa Touré dedica il suo film.

G. Sgarbi, Cinemafrica. Africa e diaspore nel cinema; www.cinemafrica.org

Scheda curata da Giovanni Rubin

Pumzi (Respiro)

Kenya/Sudafrica, 2010

Regia e Sceneggiatura: Wanuri Kahiu
Scenografia:  Jean-Marie Raubenheimer
Riprese: Grant Appleton
Suono: Reza Williams
Musiche: Siddhartha Barnhoorn
Montaggio: Dean Leslie
Effetti speciali: Simon Hansen
Interpreti: Kudzani Moswela, Chantelle Burger
Produzione: Simon Hansen, Hannah Slazecek, Amira Quinlan/ Sud Africa – Kenya
Versione originale: inglese
Durata: 21 min.
Formato: Video

 

Sinossi

Film di fantascienza, Pumzi è ambientato in un’Africa post-apocalittica, dove la vita sulla superficie terrestre si è estinta. La scienziata Asha, che vive in una Nairobi sotterranea, riceve una scatola di semi e, infrangendo ogni regola, decide di uscire all’aperto per piantare quei semi e vederli germinare.

Si è scritto…

Per chi cerca nei corti (e nei lunghi) africani con la lente di ingrandimento i segni di una creatività che superi un realismo sociale primitivo, nella direzione della visionarietà o della fenomenologia, il corto della Kahui è davvero una salutare boccata d’aria. […] Pumzi mescola messaggi ecologici, location estreme, scenografie vintage e tecniche antiche (matte painting, retroproiezioni), sprigionando una qualità tecnica e un’energia visiva che ha davvero pochi precedenti nel panorama africano.

L. De Franceschi, Cannes 63: L’Africa corta e L’Africa vista dal futuro. Conversazione con W.K., www.cinemafrica.org

Q

Quelques Jours de Répit (Qualche Giorno di Tregua)

Francia, 2009

Regia e Sceneggiatura: Amor Hakkar
Fotografia: Nicolas Roche
Montaggio: Juliette Kempf, Julie Picouleau
Suono: Thomas Buet
Interpreti: Joseph Macera, Marina Vlady, Samir Guesmi, Amor Hakkar Shimon Ben Lulu, Yves Grenard, Stéphanie Saliège 
Formato: 35mm 
Durata: 80 min.
Versione originale: Francese 
Produzione: Sarah Films

 

Sinossi

Con un avventuroso attraversamento del confine tra Italia e Francia, Hassan e Moshen, coppia gay fuggita dall’Iran, arrivano clandestinamente in una piccola città di provincia francese. Hassan è fotografo, Moshen è professore di francese all’università di Teheran. L’incontro con Yolande, una donna di sessant’anni che vive da sola in un modesto appartamento e che forse non si aspetta molto di più dalla vita, influirà sul proseguimento del viaggio verso Parigi dei due profughi e inciderà sul destino dei tre protagonisti.

Guarda il trailer del film

R

R'da

Marocco, 2005

Regia e Sceneggiatura: Mohammed Ahed Bensouda
Fotografia: Jouseff Lâalioui
Montaggio: Njoud Jaddad
Suono: Ahmed Oubaha
Musiche: Nabil Jai-Fatima Moustaid
Interpreti: Fatima Wali Alami, Azelarab Kaghat, Samira Lasfar, Otmane Belhouji, Jalal Rachidi, Yousri Hakam, Zouhir Hadani
Formato: 35 mm, col.
Durata: 15 min.
Versione originale: Arabo
Produzione e Distribuzione: Les films 7


Sinossi

Cortometraggio che, nell’idea originaria del regista, dovrebbe costituire il primo lavoro di una serie sulle tradizioni del Marocco.
Ambientato in un quartiere tradizionale di Tétouan in Marocco, il film mette in scena un’antica credenza sulle donne incinte quando non riescono a partorire. In questi casi, la tradizione prevedeva che i bambini portassero in giro per il quartiere un uovo appoggiato sopra un telo e gli abitanti tirassero delle monetine per romperlo e questo era di buon auspicio per aiutare la donna a mettere al mondo il bambino.
Uno di questi bambini è Rachid, che attende la nascita del fratellino. Insieme con lui e gli altri bambini, siamo condotti attraverso i vicoli di un piccolo villaggio. Come afferma il regista, Mohammed Ahed Bensouda, “c’è una necessità nel girare film di questo tipo,  perché molti marocchini non conoscono più queste tradizioni e si perdono delle vere e proprie ricchezze”.
Tra le righe c’è anche la ricerca di uno stile di fare cinema che rappresenti e s’ispiri al mondo arabo e alla sua cultura, a tutte quelle usanze che hanno il loro sfondo naturale nella socialità e nella coralità. Caratterisitche, queste, che si stanno un po’ perdendo nell’evoluzione di una società che deve fare i conti con una modernità che spinge sempre più verso l’individualismo e la frammentazione.
La bellezza e la ricerca estetica delle immagini impreziosiscono questo film, che non solo ha il merito di archiviare una tradizione, ma prima ancora fa vivere questo rituale nel tentativo di avvicinare il pubblico a questa cultura che, al di là delle modalità con cui si esprime, vuole rappresentare lo spirito di solidarietà di fronte all’evento sublime costituito dalla vita che nasce.

Regarde de Memoire (Lo Sguardo della Memoria)

2004

Regia e Sceneggiatura: Sarah Maldoror
Fotografia: Philippe Clapot
Montaggio: Cristophe Boudin
Suono: Matieu Daude, Jean Pierre La Farge
Musiche: Toto Bissainthe, Musique Bandoi, Kouyate Sory Kandia, Geoffrey Oremoy
Formato: video, col.
Durata: 27 min.
Versione Originale: Francese
Produzione: Unisco e Conseil regional de la Martinique
Distribuzione: Sarah Maldoror

Sinossi

Realizzato per l’Unesco e il Consiglio regionale della Martinica nel quadro del bicentenario dell’abolizione della schiavitù. Viaggio sulla strada della deportazione, dall’isola di Gorée in Senegal alla fortezza francese della regione di Jura, dove fu rinchiuso e morì Toussaint L’Ouverture. Per giungere alla Martinica, ulteriore luogo di memorie rievocate da Aimé Cesaire come da giovani studenti liceali.

 

Résidence Ylang Ylang, La

Comore/Francia, 2008

Regia e Sceneggiatura: Hachimiya Ahamada
Operatore: Claire Mathon
Suono: Katia Madaule
Montaggio: Thomas Marchand
Musiche: Nawal
Interpreti: Abidine Said Mohamed, Asthadina Msa Soilihi, Fahamwe Ibouroi, Mama Hayiriya, Aboubacar Said Salim, Ahamada Saandi
Formato: 35 mm.
Durata: 20 min.
Versione originale: Comoriano
Produzione: Aurora Films

 

Sinossi

In un villaggio delle Comore Djibril passa il suo tempo libero a prendersi cura della residenza Ylang Ylang, una delle eleganti ville lasciate in abbandono dai connazionali espatriati. Un giorno un incendio distrugge la sua modesta abitazione e Djibril si ritrova senza tetto: deve quindi trovare un altro posto in cui andare ad abitare.

 

Si è scritto…

Attraverso il ritratto di Djibril delineato dalla giovane regista franco-comoriana vengono tracciati l’affresco e le dinamiche, nascoste e complesse, proprie della società delle Isole Comore: qui prende forma il “dialogo fra sordi” tra l’élite occidentalizzata e coloro che salvaguardano una società tradizionale e solide. […]  In La Résidence Ylang-Ylang […] si nasconde un vero e proprio studio di antropologia sociale delle relazioni tra gli “istruiti” e i “wadjingua”, termine che designa i “non-istruiti”».

N. Mattoir, HolambeComores, www.holambecomores.com

Resident of the city, A
Egitto, 2011
Regia: Adham El Sherif
Sceneggiatura: Atef Nashed
Fotografia: Bassam Ibrahim
Montaggio: Islam Amer
Suono: Ahmed Kamal
Durata: 15 min.
Versione originale: Arabo
Produzione: Higher Institute of Cinema
Distribuzione: Centro Orientamento Educativo

Sinossi

Nella città c’è chi può condurre una vita privilegiata e chi lavora duramente tutto il giorno. Tra queste due tipologie, ci sono quelli che conducono una vita miserabile, ma almeno sono liberi. Vita da cani nella capitale egiziana…

Si è scritto…

“Con un’azione ambiziosa, la pellicola di El Sherif mira a dipingere il quadro delle strade del Cairo da una nuova prospettiva. Questo corto egiziano segue un gruppetto di tre cani nella brutale e violenta guerra di territorio da combattere ogni giorno tra l’indifferenza degli esseri umani. Potrebbero essere catturati e abbattuti, ma rimangono nella zona perché, come il film fa di tutto per sottolineare, sono liberi.” (M. ROSS, Rolling Stone; www.rollingstoneme.com)

“Sono i cani di strada che popolano le strade della metropoli e che lo studente Adham El Sherif racconta osservando il mondo dalla loro inusuale prospettiva ribassata. Nasce così una riflessione di grande attualità, illuminata dalla metafora della ricerca e della difesa di un proprio posto nel mondo.” (CinemAmbiente; www.cinemambiente.it)

“Istinto di sopravvivenza e territorialismo: I cani sono come gli uomini. Il documentario dello studente egiziano sulla grande città è ripreso interamente dalla prospettiva di un cane randagio. Bellissimo taglio fotografico in un efficace film d’urgenza, nel quale è chiara la metafora politica sulla ricerca e il mantenimento del proprio spazio.” (Rotterdam International Film Festival; www.filmfestivalrotterdam.com)

Ritorni

Italia/Francia/Tunisia, 2006

Regia e Sceneggiatura: Giovanna Taviani
Fotografia: Alessandro Ghiara
Montaggio: Luca Gasparini, Elisa Cantelli
Musiche: Giuliano Taviani
Interpreti: Karim Hannachi, Assia Djebar, Tahar Ben Jelloun
Formato: HD/Super 16mm, colore
Durata: 52 min.
Versione originale: Italiano, francese e arabo
Produzione: Nuvola Film, in collaborazione con G.B. Palumbo Editore
Distribuzione: 10 FRANCS

Sinossi

“Se la conoscenza dell’altro ci turba vuol dire che siamo turbati anche dalla conoscenza di noi stessi”. È questa una delle questioni che emergono con forza inquietante dal bel documentario di Giovanna Taviani, che con acume intellettuale e sapienza narrativa mette in scena l’intento di “documentare la realtà raccontando una storia”. Si tratta di una storia a più voci, di un dialogo a distanza che, sulle tracce del ritorno in patria del tunisino Karim Hannachi, docente di arabo a Catania, intreccia le voci dell’algeriana Assia Djebar, esule volontaria in terra di Francia, e di Tahar Ben Jelloun, con il suo annuale rientro in Marocco. Tre personaggi di spicco, tre diversi modi di affrontare la lontananza, che ci consentono di gettare uno sguardo non stereotipato sul variegato mondo dell’immigrazione.

Dalle coste siciliane ogni anno si ripete il rito del ritorno in patria degli immigrati provenienti dall’altra sponda del Mediterraneo. È così anche per Karim Hannachi che, sotto il sole caldo della Sicilia aspetta la nave che lo porterà a trascorrere un periodo con la famiglia d’origine in Tunisia. Il suo viaggio viene seguito passo dopo passo: prima della partenza, mentre saluta gli amici della comunità magrebina di Mazara del Vallo, sulla nave, in Tunisia dove abbraccia la madre, dove apre la sua casa piena di sabbia accumulata durante l’anno, fino alle passeggiate nel deserto con i figli.

La sua voce si intreccia con quelle della Djebar e di Ben Jelloun; le immagini documentarie dell’oggi con quelle filmiche de Il cammino della speranza di Pietro Germi e de La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo, degli anni 50’ e ’60. Risultato: un’interessante sfida alla stereotipizzazione delle immagini promossa dai media, lo stimolo ad articolare uno sguardo più variegato e cosciente sul mondo in cui viviamo.

Rugged Priest, The (Il Prete Impavido)

Kenya, 2011 

Regia: Bob Nyanja
Sceneggiatura: Mark Mutahi, Bob Nyanja
Fotografia: Martin Munyua
Montaggio: Joy Lusige
Musiche: Bruce Odhiambo, Kibby Kenneth
Interpreti: Colin Simpson, Lwanda Jawar, Serah Ndanu, Ainea Ojiambo, Oliver Litondo, John Sibi Okumu, Francis Imbuga
Formato: 35 mm
Durata: 108 min.
Versione originale: Inglese
Produzione: Zorro Lukhwili e Tony Rimwah, Cinematic Solutions, Dreamcatcher Productions, Bluesky Films
Distribuzione: Bluesky films Complete videos 

 

Sinossi

Quando la violenza scoppia nel cuore della Rift Valley, in Kenya, un prete cattolico americano si vede incapace di seguire i precetti, sapendo che gli scontri sono istigati politicamente. In collisione con i potenti, divenuto un personaggio scomodo, è trasferito in una diocesi lontana nella Terra Maasai. Ma, anche nella  nuova diocesi, i potenti calpestano i poveri, deboli e gli indifesi. A costo della sua stessa vita, il sacerdote si mette a capo di una lotta per la giustizia della sua comunità, con il solo aiuto del suo rosario, di un vecchio fucile e di un figlio adottivo, che intende seguire la vocazione sacerdotale. The Rugged Priest è liberamente ispirato alla figura di padre John Anthony Kaiser, la cui morte è rimasta un mistero.

Guarda il trailer del film

S

Sacrées Bouteilles

Francia, 2006

Regia e Sceneggiatura: Fitouri Belhiba
Fotografia: Fitouri Belhiba
Montaggio: Stephanie Schories
Suono: Stephanie Schories
Musiche: Jean Macquin
Formato: Video, col.
Durata: 26 min.
Versione originale: Francese, arabo, tedesco, inglese
Produzione: FilFil Films, Numidia Films
Distribuzione: FilFil Films

 

Sinossi

Un film documentario, un manifesto ecologico, una storia da raccontare, delle storie da sentire… Sacrées Bouteilles è un po’ tutto questo in una sola volta. Moshen è un uomo semplice, colui che tutti i giorni si potrebbe incontrare per strada senza che ce ne accorgiamo: un impiegato dell’ufficio postale di un piccolo villaggio tunisino sul lungomare. Eppure anche lui nasconde un tesoro.

Le bottiglie sono un piccolo pezzo d’umanità che raccoglie e riunisce con lo scopo di ricreare un mondo, il nostro mondo, non con intenzione moralistica, ma seguendo prima di tutto una passione: raccogliere come un dono quello che trova sulla spiaggia, quello che il mare ha rigettato. Accumula, ordina e cataloga. E poi “disegna”. Al Big Bang affianca il G8, all’Arca di Noè il flagello dell’AIDS, un tutto che viene offerto come un libro di storia, una scuola a cielo aperto. La moglie contempla e niente sembra stupirla in questo “marito baffuto”. Fitouri Belhiba ci mostra un uomo in tutta la sua dimensione. Un uomo ben ancorato nella sua società: non è forse impiegato nell’ufficio postale? Ma anche un uomo della natura: la contempla e si prende cura di lei: come non vedere, infatti, in questa pausa in piena giornata, una dichiarazione d’amore alla Creazione? Fitouri Belhiba fa di Moshen soprattutto un uomo del suo tempo, che alimenta la mente umana con la sua arte, poiché è un’arte quella di trasformare 58.000 bottiglie in quadri per un museo a cielo aperto.

Saignantes, Les (Le Sanguinanti)

Camerun/Francia, 2005

Regia: Jean-Pierre Bekolo
Sceneggiatura: Jean-Pierre Bekolo, Rodrigo Dorfmann
Fotografia: Robert Humphreys
Montaggio: Jean-Pierre Bekolo
Suono: Sosthène Fokam
Interpreti: Adèle Ado, Dorylia Calmel, Emile Abossolo, Essindi Mindja, Josephine Ndagnou, Balthazar Amadagoleda
Formato: 35 mm, col:
Durata: 92 min.
Produzione: Quartier Mozart Film
Distribuzione: Tulchin Entertainment Camerun-Francia/Cameroon-France
Premi: FESPACO 2007 (Etalon d’Argent de Yennenga), Festival del film di Torino 2005 (menzione speciale della giuria)

Sinossi

Siamo nel 2025, in qualche luogo del Camerun. Nel corso di un incontro erotico fra Majolie ed un importante politico, realizzato in cambio di una contropartita, l’uomo ha un attacco di cuore e muore. Majolie, che sente di essersi sacrificata invano concedendosi all’uomo, non sa come comportarsi con  il cadavere e si rivolge all’amica Chouchou con la quale cerca una via d’uscita dall’inferno di una società intrisa di morte e corruzione.

Film provocatorio? Film “politicamente corretto”? Il lavoro di Bekolo è stato accusato di ambiguità, ma questa sua caratteristica apparente è forse da rileggere, secondo le parole dello stesso regista, come una dualità interna che corrisponde all’essere proprio dell’Africa: un’Africa che ha così tanti problemi per cui il vero scandalo sarebbe semmai rinvenibile nella volontà di situarsi in una posizione di neutralità che rende  –inevitabilmente- complici; a dire del regista è semmai “politicamente corretto”– non certo provocatorio – non sentirsi troppo a proprio agio con la ripetizione di clichè consolidati ed assumere una posizione scomoda se ci si trova in un contesto caratterizzato da difficoltà; “il cinema che facciamo”, invece, “comincia ad essere troppo compiacente”.

Il film è stato inizialmente censurato in Camerun per due ragioni che varrebbe la pena interrogare fin dal loro accostamento: perché ritenuto pornografico e contro il regime. I critici, d’altra parte, si sono espressi nei modi più diversi, spesso non entusiastici, in riferimento alla qualità artistica del prodotto.

Entrambi gli aspetti , nell’opera di Bekolo, non mancano di interrogare, così come si è sollecitati a fare con i cartelli che compaiono a più riprese nel dipanarsi della vicenda: come fare un film d’anticipazione in un paese senza avvenire? Come fare un film poliziesco in un paese in cui non è possibile indagare? Come fare un film in una situazione impossibile?

La vicenda mette in scena l’immaginario erotico ricorrendo a modalità inusuali per la tradizione africana e si dipana a partire da un episodio che, in analogia con vicende recenti, denuncia la “bulimia sessuale dei dignitari al potere”. L’impudica messa in scena del nascosto viene effettuata sia a livello della sessualità che della  politica e la censura camerunense trova in questo il suo gioco.

La provocazione di Bekolo non si ferma, tuttavia, a questo aspetto di contenuto e le immagini intessono la loro trama “alla ricerca di una specificità linguistica africana” (le parole sono ancora quelle del regista) tesa a “deformattare un pubblico ormai mal-educato” dalla fruizione di una cinematografia ricalcata su strutture narrative univoche. Il naif diviene un elemento stilistico esplicitamente scelto. L’ambiguità viene valorizzata insieme ai corpi ed alla capacità di interrogare in modo non consueto gli accadimenti. Il ruolo della donna (queste non sono parole di Bekolo, ma del pubblico in sala, a Ouagadougou) esce finalmente dalla problematicità della sottomissione.

Certo il film non piace a tutti. “E’ difficile essere universali senza essere da qualche parte”, afferma Bekolo.

Sarah

Marocco/Belgio, 2007

Regia e Sceneggiatura: Khadija Leclère
Fotografia: Federico d’Ambrosio
Montaggio: Ludo Troch
Suono: Julien Mizac
Musiche: Christophe Vervoort
Interpreti: Sophie Dewulf, Adbesselam Haddad, Khadija Bendriouch
Formato: 35 mm
Durata: 15 min.
Versione originale: Arabo, Francese
Produzione: Artémis et Tangerine Cinéma Services
Distribuzione: The Big Family Distribution

 

Sinossi

Sarah, come la regista, è una giovane donna marocchina che vive in Belgio ed entrambe, con questo film, decidono di fare un “viaggio di ritorno” verso la loro terra. Le analogie fra i due personaggi forse terminano qui. Sarah non conosce sua madre, anzi, nessuno in Marocco, tranne uno zio, sa dell’esistenza di questa figlia in Europa; è lo zio, quindi, a fare da intermediario all’incontro con la madre, formulando, nella sua lettera di risposta alla nipote, una richiesta che ci lascerà con il fiato sospeso per tutta la durata del cortometraggio. Un viaggio strano, in cui si arriva alla meta senza neanche riuscire a vedere le terre che si stanno attraversando e senza sapere niente del dramma psicologico che attraversa la mente della protagonista, nella condizione, quindi, di poter solo proiettare su di lei le nostre aspettative, timori e desideri. La scelta della regista può sembrare sconcertante: è quella dell’estremizzazione, della messa in scena di un’alterità radicale, impietosamente percorsa fino agli estremi della caricatura. Il film, di una potenza straordinaria, colpisce come un pugno allo stomaco: duro come solo la rappresentazione dell’impotenza può esserlo, ci mette di fronte all’ineluttabilità di una scelta che interroga impietosamente su quale sia la linea di confine del rispetto.

Sexe, Gombo et Beurre Salé (Sesso, Gombo e Burro Salato)

Francia, 2008

Regia e Soggetto: Mahamat-Saleh Haroun
Sceneggiatura: Mahamat-Saleh Haroun, Marc Gautron, Isabelle Boni Claverie
Fotografia: François Kuhnel
Suono: Ferdinand Bouchara; montaggio: Marie-Hélène Dozo
Scenografia: Boubacar Seck
Interpreti: Marius Yelolo (Malik), Aïssa Maïga (Amina), Mata Gabin (Hortense), Lorella Cravotta (Myriam), Diouc Koma (Dani), Tatie Afoué (Marie-Philomène Nga), Manuel Blanc (Jean-Paul), Charles-Étienne N’Diaye (Ali), Vincent N’Diaye (Soulé)
Produzione: Nicolas Blanc per Agat Films & Cie, ARTE France, Tabo Tab
Formato: 35 mm.
Durata: 81 min.
Versione originale: Francese

 

Sinossi

La sera del compleanno di Hortense, moglie ancora avvenente dell’ivoriano Malik, è destinata a scuotere l’esistenza ciecamente tranquilla ed egoista dell’ultrasessantenne marito, che vive a Bordeaux da oltre trent’anni ma ha conservato forti legami con il paese d’origine. Hortense, rientrata dal turno in ospedale, nottetempo prende armi e bagagli per fuggire dal suo amante “bianco”. Malik si precipita a casa del primogenito Dani, scoprendo che vive con un uomo. Sconvolto, Malik finisce per invocare l’intercessione della suocera, che fa arrivare appositamente da Abidjian. Per di più, Malik si ritrova in casa Amina, una giovane incinta e sola, incontrata dal figlio Dani. Le vie tortuose dei sentimenti, alla fine, produrranno il necessario, per quanto insolito, happy-end.

Si è scritto…

“Coloro che sono partiti non ritornano mai e quando ritornano non sono più gli stessi” afferma Malik pensando a Hortense, ma parlando del proprio esilio. […] I compromessi dell’integrazione sono evocati con ironia anche da Bintou, che passeggia con il suo cane come fanno i Francesi, e da Abdou che si fa chiamare Ludovic […] Attraverso questi piccoli tocchi umoristici o evocatori si costruisce il ritratto a più tinte di un gruppo composito e dinamico. Una dinamica che gli sceneggiatori (che finalmente concedono un po’ di spazio anche ai personaggi dei “bianchi”) hanno voluto rilevare inscrivendo gli Africani di Francia in una positività ben lontana dall’immagine riduttiva dell’immigrato Black mic-mac. Non è un popolo che vive alla giornata, quello messo in scena da Haroun ma un’interculturalità che non rinnega nessuno.

O. Barlet, Africultures; www.africultures.com

 

Se umori e patemi del racconto ne amplificano la densità emotiva, a stornare ogni rischio di caduta nel mélo è, oltre che la costruzione studiatamente ellittica dello script, ricco di gag e trovate commediche di derivazione screwball, la misurata direzione degli attori.

L. De Franceschi, Cinemafrica. Africa e diaspore nel cinema; www.cinemafrica.org

Shirley Adams

Sudafrica/Francia, 2009

Regia: Oliver Hermanus
Sceneggiatura: Oliver Hermanus, Stavros Pamballis
Fotografia: Jamie Ramsay
Musiche: Philip Miller
Montaggio: Garreth Fradgley
Interpreti: Denise Newman, Keenan Arrison, Emily Child
Produzione: Michelle Wheatley, Jeremy Nathan, Dv8 Films
Formato: BETACAM Numérique / HD
Durata: 93 min.

Sinossi

Città del Capo, Sudafrica. Shirley Adams trascorre le sue giornate a occuparsi del figlio Donovan. Colpito al collo da un proiettile mentre tornava da scuola, da un anno il ragazzo è invalido. In seguito all’incidente, le spese ospedaliere hanno ridotto la famiglia sul lastrico e Shirley si ritrova senza soldi, senza lavoro e senza marito, visto che se n’è andato ormai da un mese. Madre e figlio vivono grazie al sostegno degli amici e a ciò che la donna riesce a rubacchiare nei negozi. Poi nella loro vita fa irruzione Tamsin Ranger, giovane psicoterapeuta, e Shirley spera che riuscirà a risollevare Donovan dallo stato depressivo in cui sta sprofondando. Tanto più che, apprende Shirley, il processo sulla vicenda di suo figlio è imminente…

www.rapportoconfidenziale.org

Si è scritto…

Shirley Adams è l’altra faccia della guerra delle bande, quella che i film di gangster non dicono o non mostrano mai: la vita di uomini e donne, giovani abbandonati a se stessi ai margini della società. […] È anche la desolazione di una madre che tenta di aggrapparsi alla rara felicità che il sorriso di un figlio ferito a morte procura.

www.africiné.org

Il lungometraggio d’esordio del giovane e molto promettente regista sudafricano Oliver Hermanus parla di dolore, di un dolore non compiaciuto, di un dolore che può irrompere improvvisamente nella vita di ognuno. Ispirandosi a una storia vera […] il regista segue i suoi protagonisti marcandoli stretti con la camera, aumentando così il tono realistico della vicenda e trasmettendo allo spettatore una sensazione di incombenza.

R. Rippa, www.rapportoconfidenziale.org

Sobukwe, a Great Soul (Sobukwe, una Grande Anima)

Sudafrica, 2011

Regia e Sceneggiatura: Mickey Madoda Dube
Fotografia: Mandla Dube
Formato: HD, DigiBeta
Durata: 104 min.
Versione originale: Inglese, Zulu
Produzione: Carolyn Carew Born Free Media 
Distribuzione: Born Free Media 

Sinossi

Robert Sobukwe è stato un “gigante”, un uomo destinato a cambiare la vita delle persone. Anche se il suo nome non è altrettanto conosciuto, Sobukwe si impone, accanto a Mandela, Biko e Luthuli, come una delle figure più influenti nella storia del Sudafrica. Tra i fondatori, nel 1959, del Pan Africanist Congress, Sobukwe avvia un’azione che paralizza l’economia dell’apartheid, a tal punto che la Camera di Commercio americana ha dovuto intervenire con un ingente finanziamento. L’onda creata dal movimento di Sobukwe confluirà nel maremoto che alla fine affonderà l’apartheid. Questo film è un viaggio attraverso la vita di una delle figure più significative e celebrate del Paese.

Soltanto il Mare

Italia, 2010 documentario

Regia, soggetto, fotografia, suono: Dagmawi Yimer, Giulio Cederna, Fabrizio Barraco
Montaggio: Fabrizio Barraco
Musiche: Nicola Alesini
Produzione e distribuzione: Archivio delle memorie migranti
Durata: 50 min.

Sinossi

Soltanto il mare viene girato a Lampedusa nel corso del 2010, periodo nel quale l’isola aveva smesso di fare notizia, e completato all’inizio del 2011, quando i nuovi sbarchi l’hanno riportata su tutti i media. Il film propone lo sguardo incrociato di due realtà che a Lampedusa raramente dialogano tra loro: quella di un migrante, in questo caso Dagmawi Yimer, sbarcato da clandestino sulle coste dell’isola nel 2006 e che a Lampedusa deve la sua stessa vita, e quella degli abitanti di Lampedusa. Se al migrante fresco di sbarco l’isola era apparsa come l’avanguardia del benessere,  con i suoi alberghi, le sue barche, i suoi turisti, alla sua videocamera si svela ora piena di problemi.

 

Si è scritto…

Si mette in luce un percorso di integrazione positivo e con sensibilità e attenzione all’ascolto Dagmawi riesce a cogliere le problematiche degli abitanti dell’isola che, come lui, sono viaggiatori migranti. Ringrazia chi lo ha tratto in salvo da quel mare che separa i due continenti e che porta in sé la possibilità di morte o vita, sia per il protagonista che per gli abitanti di Lampedusa. Soltanto il mare è la speranza per loro in un futuro migliore.

Giuria Festival del Cinema Africano di Verona 2010

Somriure amagat, el (Il Sorriso Nascosto)

Spagna, 2010

Regia: Ventura Durall
Sceneggiatura: V. Durall, Miguel Liansò
Fotografia: Mauro Herce
Montaggio: V. Durall, Marti Roca
Suono: Diego Pedragosa
Musiche: Diego Pedragosa
Interpreti: Bambini di strada
Durata: 13 min.
Versione originale: Amarico
Produzione: Nanouk Film
Distribuzione: Marvin&Wayne

 

Sinossi

Fuggito dalla sua casa nella campagna etiope, Daniel, un bambino di dieci anni, raggiunge la capitale Addis Abeba. Nel suo vagabondare notturno, incontra dei ragazzini di strada che dormono in un taxi: con grande determinazione cercherà di entrare a far parte del loro gruppo. Un racconto realistico sui valori che possono nascere in una società formata esclusivamente da bambini.

Soubresauts (Sussulti)

Tunisia/Francia, 2011

Regia: Leyla Bouzid
Sceneggiatura: Leyla Bouzid, Marie-Sophie Chambon
Fotografia: Alexandra Sabathé
Montaggio: Louise Jaillette
Suono: Quentin Lepoutre, Laurent Blahay, Hélène Thabouret
Interpreti: Hamza Ben Youssef, Amira Chebli, Mariem Ferjani, Bouraouïa Marzouk, Salah Seghidi
Durata: 22 min.
Versione originale: Arabo
Produzione: La fémis
Distribuzione: Centro orientamento educativo

 

Sinossi

Nelle case della borghesia tunisina, quando sopraggiunge un evento drammatico si fa di tutto per nasconderlo. Una ragazza torna a casa con il volto coperto di sangue, ha subito un’aggressione. La madre ed il fratello l’assistono, ma al tempo stesso la colpevolizzano. Il padre è tenuto all’oscuro di tutto. Il dolore e la compassione porteranno la madre a passare, una volta per tutte, dalla parte della figlia.

Si è scritto…

Leyla Bouzid esplora la relazione madre-figlia quando questa conosce delle turbolenze. Alcuni personaggi conoscono la storia, altri la nascondono. L’enigma aleggia ovunque e non appaga la nostra sete di sapere alimentata dall’attaccamento della madre verso la figlia e viceversa. L’atmosfera cupa del cortometraggio accentua la drammaticità del contenuto. I primi piani contribuiscono a marcare il ritmo sofferto e talora triste. La musica di Anouar Brahem esprime con estrema dolcezza questa malinconia.

Jetset Magazine; www.jetsetmagazine.net

La regista, più che puntare sull’esibizione delle tensioni attraverso un ritratto commovente ma banale di un amore materno offeso, preferisce evocare la difficile situazione delle ragazze il cui onore resta un tesoro che non possono mettere in vendita.

Le Temps; www.letemps.com

Nel cortometraggio la storia tragica della ragazza deve restare nascosta agli occhi della società. Ma il diffondersi della rivoluzione araba e la deposizione di Ben Ali – avvenute dopo la fine del montaggio del film – decreteranno forse un cambiamento?

Festival d’Angers; www.angersmag.info

Scheda curata da Giovanni Rubin

Subira

Kenya, 2007

Regia e Sceneggiatura: Ravneet Chadha
Fotografia: Nathan Collett
Musiche: Musica Taarab di Zanzibar
Interpreti: Saada Mohammed, Mwanatum Ahmed, Aisha Mohammed
Durata: 12 min.
Produzione: Hot Sun Films
Premi: Kenya International Film Festival 2007 (Premio Miglior Cortometraggio), Amakula Kampala International Film Festival 2008 (The Golden Impala Award: Miglior Cortometraggio dell’Africa Orientale), Zanzibar International Film Festival (Premio Miglior Cortometraggio), Lola Screen Film Festival Kenya (Best children’s Film)

 

Sinossi

La vitalità e la gioia di vivere di Subira mal si conciliano con gli obblighi e gli atteggiamenti richiesti dalle consuetudini sociali. Il temperamento della bambina inquieta la madre, preoccupata del futuro della figlia, il cui comportamento solleva la disapprovazione di altre donne, giovani e meno giovani. Il racconto procede per trasparenti opposizioni, sostenute da elementi compositivi:  spazi naturali si contrappongono agli spazi del sociale dove griglie imprigionano i corpi, ma non gli sguardi; il nero totale dell’abito che Subira è chiamata ad indossare alla comparsa del menarca inghiotte i toni sgargianti delle vesti dell’infanzia. Colta in una delicata fase di passaggio tra l’età dell’infanzia e l’adolescenza Subira si adegua ma non si rassegna, sostenuta dalla complicità di un’anziana donna.

Sur la Route du Paradis

Francia/Marocco, 2011

Regia: Uda Benyamina
Sceneggiatura: Uda Benyamina, Malik Rumeau
Fotografia: Michaël Capron
Montaggio: Julie Dupré
Suono: Samuel Aïchoun, Grégoire Letouvet, Julien Ngo-Trong, Mathieu Vigouroux
Interpreti: Majdouline Idrissi, Sanna Marouk, Yanis Siraj, Mounir Margoum, Miroslav Gulyas, Myriam Donnasice
Durata: 43 min.
Versione originale: Francese e Arabo
Produzione: Easy Tiger
Distribuzione: Centro Orientamento Educativo

 

Sinossi

Sarah e Bilal si sono trasferiti con la madre Leila in Francia in attesa di raggiungere il padre in Inghilterra. Sono clandestini, vivono in condizioni misere e devono rinunciare anche alla scuola per non esporsi. Respinti dalla società, attingono la loro forza dallo stare uniti, dal calore e dalla gioia dello stare insieme e del godere di piccoli istanti di serenità, come una corsa in bicicletta o una festa di compleanno. Ma anche quest’unico bene sarà messo in pericolo.

 

Si è scritto…

È la storia di una madre che, pur essendo spaventata e spesso impotente, cerca di dare ai suoi bambini una vita migliore. Il film sottolinea la sua grande volontà ma allo stesso tempo la sua paura per la consapevolezza, in certi momenti, di non poter far niente, di non potersi muovere. Abbandonata anche dal marito, riesce a farsi forza grazie al supporto della famiglia, che con difficoltà e conflitti, riesce comunque a rimanere unita. La paura della madre è costantemente percepita dai due figli. Il più piccolo, forse troppo piccolo per capire davvero la situazione, prega perché la mamma torni a casa. La più grande non nasconde l’umiliazione nel dover mendicare, rifiutandosi di farlo. Non nasconde il desiderio di voler essere come tutti gli altri bambini, che la rifiutano, e voler andare a scuola. Ma nell’odio di questa situazione, cerca comunque di rassicurare il fratello perché quella è e sarà sempre la sua famiglia.

A. Morato, CinemAfricAsiAmerica; www.cinemafricasiamerica.com

È raro che un film così inquietante da guardare possa essere visto come un’esperienza positiva. Il racconto di Uda Benyamina su una madre che vive in una situazione di estrema povertà con i suoi due figli va, in alcuni punti, oltre lo struggente. Nello stesso momento in cui i tre ricercano il marito/padre scomparso, essi provano a trovare la felicità nel modo in cui possono. E quando ci riescono la famiglia vive un piccolo momento di pace. La palpabile gioia di un giro in bicicletta o di un pasto caldo è resa efficacemente grazie alla straordinaria interpretazione del giovanissimi Sanna Marouk e Yanis Siraj. Il mondo è triste e grigio, ma i due trovano conforto l’uno nell’altra e, quando nei brevi momenti in cui stanno con la madre trovano la forza per un sorriso, anche gli spettatori partecipano alla loro piccola gioia.

M. Ross, Rolling Stone, www.rollingstoneme.com

 

Scheda curata da Giovanni Rubin

T

Tableau, Le (Il Quadro)
Terra Sonnambula
Teza
Train, Le (Il Treno)
Transport en Commun, Un - Saint Louis Blues (Un Mezzo Pubblico - Saint Louis Blues)
Tunnel, The
Themba - A Boy Called Hope (Themba - Un Ragazzo Chiamato Speranza)
Thomas Sankara, l'Homme Intègre (Thomas Sankara, l'Uomo Integro)

U

V

Va' Pensiero - Storie Ambulanti
Visa, la Dictée (Visa, il Dettato)
Voyager à Alger (Viaggiare ad Algeri)

W

Waramutseho (Buongiorno)

X

Y

Yoolè. Les Ailes Perdues des Anges (Sacrificio. Le Ali Perdute degli Angeli)

Z

Zaina, Cavalière de l'Atlas (Zaina, Cavaliera dell'Atlante)
Consectetur adipiscing elit. Vestibulum iaculis pretium massa nec imperdiet. Donec et ligula nec urna finibus tristique nec tristique nisi. Cras lectus felis, euismod sit amet pharetra sit amet, finibus non metus. Nulla facilisi. In hac habitasse platea dictumst. Cras consequat porta velit vitae mattis. Pellentesque elementum magna eget erat efficitur blandit. Suspendisse eget nibh cursus, fringilla nisi eget, maximus libero. Sed mollis a ipsum at pharetra. Donec quis massa sit amet leo sodales volutpat. Vestibulum id ante eget mi vehicula mollis tincidunt nec ipsum.

Titoletto

  • Mauris euismod, orci id commodo tristique, ligula elit condimentum turpis, ac condimentum nisl lacus non massa.
  • In a diam tincidunt, pretium mauris ac, sagittis nibh.
  • Class aptent taciti sociosqu ad litora torquent per conubia nostra, per inceptos himenaeos.
  • Nunc odio sem, pellentesque vitae tortor nec, cursus gravida lacus.
  • Quisque faucibus gravida massa, ut feugiat ipsum pulvinar quis.

Pellentesque maximus ultrices velit vel accumsan. Aliquam at nulla hendrerit, gravida est in, laoreet purus. Aenean ac diam in purus vulputate convallis a eget est. Proin in erat leo. Duis laoreet massa lorem, nec iaculis erat placerat non. Phasellus varius leo eget aliquam convallis. Nunc volutpat, lorem nec dignissim finibus, felis libero commodo tellus, vel tristique purus massa ac odio.