Incontri Pubblici

Uno dei settori che ImmaginAfrica ha sviluppato fin dall’avvio è la realizzazione di incontri aperti alla cittadinanza, destinati al pubblico scolastiico o riservati a specifiche categorie di professionisti. Vengono effettuati convegni, seminari, tavole rotonde, incontri con scrittori e cicli di incontri su tematiche di diverso genere.

2007

Tra ottobre e novembre 2007 sono stati organizzati degli incontri con cinque scrittori migranti di area africana e con l’etnopsichiatra Piero Coppo. Gli incontri sono stati organizzati in collaborazione con il Quartiere 3 – Ponte di Brenta e sono stati effettuati nei locali della Biblioteca di Ponte di Brenta.

Valentina Acava Mmaka - Cercando Lindiwe

(…) Se la costellazione della letteratura migrante è fatta di una pletora di stranieri di nascita e italiani d’azione, per avere un panorama significativo non si possono trascurare quegli italiani che, un po’ per scelta, un po’ per i casi della vita, si trovano a sperimentare un’esperienza di migrazione e di transculturalità. A questi ultimi dà voce la scrittura della italo-sudafricana Valentina Acava Mmaka, giornalista, scrittrice e mediatrice culturale. Cercando Lindiwe, è la summa delle sue precedenti esperienze creative e in qualche maniera presenta le tracce della transizione dalla scrittura teatrale alla narrativa. A chi le chiede perché nei suoi testi le tematiche femminili siano dominanti, risponde che nella sua esperienza di vita ha avuto modo di rendersi conto in prima persona di come le donne siano coloro che, anche nell’altrove, riescono a mantenere un legame col paese d’origine. I fili tematici attraversati dal romanzo sono l’apartheid, che evidentemente ha segnato profondamente l’esperienza sudafricana della scrittrice stessa, e l’esilio. Il cambiamento del nome da parte della protagonista del libro, da Lindiwe a Ruth, è metafora della perdita di identità, perché nel nome è racchiusa la storia stessa dell’individuo. Valentina Akawa Mmaka pone all’attenzione del lettore il tema della scrittura come strumento di assunzione di consapevolezza di sé e della propria identità. La migrazione verso una lingua straniera permette di percepire il quotidiano attraverso sfumature nuove, inedite, di scindere il concetto di appartenenza da un luogo geografico. L’identità diventa così esperienza e, soprattutto, esperienza della metamorfosi. (…)* 

*estratti dal testo di Lucia Sorbera La letteratura della migrazione. Avanguardia della società interculturale? comparso in ImmaginAfrica 2007

Seppellite la mia pelle in Africa

Visto che pelli e persone vanno per strade diverse, poco importa di chi Barole Abdu – eritreo per origine – stia parlando quando scrive “Seppellite la mia pelle in Africa” che chiude la prima parte, quella poetica, dell’omonimo libro. Nera, gialla, olivastra, marrone; il colore conta perché è l’epidermide dei poveri. Questi versi per esempio rimandano alla fatica, ai mille mestieri di una donna che lascia il suo Paese per necessità. “Venni in Italia minorenne / lavorai come serva per trent’anni” sono i versi iniziali e poi: “feci nascere bambini / da mamma e badante […] così aumentò il numero / di persone da servire / senza pausa ferie e riposo”. Adesso che “la cataratta ha indebolito i miei occhi […] inabile al lavoro […] vedo il mio destino sospeso nel burrone”. E dunque “prima che mi abbandoni l voce / vi affido il mio ultimo testamento: / “Seppellite la mia pelle in Africa””. Importa che sia la madre del poeta o una perfetta sconosciuta? Conta qualcosa il nome o l’origine della donna che tiene in braccio una neonata mentre è in fila all’ufficio immigrazione della questura [“La favola della bambina”] la notte che la temperatura scende sotto lo zero? Barole Abdu è tutti quelli come lui, schiavi e sfruttati di ieri e d’oggi: le cinque righe di “Quanto costa un negro?”, la poesia d’apertura, sono tanto più scioccanti quando un asterisco a fondo pagina ci informa [la fonte è lo storico Basil Davidson, “L’Africa e il commercio degli schiavi”] che appunto quello era il prezzo “giusto”. (…) *

 *estratto dalla recensione di Daniele Barbieri comparsa sul sito di Hamid Barole Abdu (http://www.hamidbarole.it/)

Oggi, forse, non ammazzo nessuno

(…) La letteratura delle migrazioni non è variegata solo in termini di provenienza degli autori, ma inizia a differenziarsi anche secondo linee generazionali. Nel corso dei nostri incontri abbiamo cercato di dare una corretta rappresentazione di questa variabile, invitando una giovane scrittrice di origine egiziana che è venuta a presentare il suo terzo romanzo Oggi, forse, non ammazzo nessuno, che è uscito a sei anni dal suo debutto narrativo, avvenuto quando aveva appena quindi anni. Randa Ghazy paragona la condizione  dei giovani migranti di seconda generazione, a quella dei jinn, le figure a metà tra il mondo degli angeli e quello degli uomini di cui parlano i testi classici dell’Islam. Come i jinn, anche lei e anche la protagonista del suo romanzo, Jasmine, vive a metà tra due mondi.

Per Randa Ghazi scrivere in italiano è la normalità, poiché lei è nata in Italia e tutto il suo percorso di formazione è avvenuto nelle istituzioni italiane. Al contempo, nella sua condizione di scrittrice c’è qualcosa di peculiare, che rimanda inevitabilmente alla sua esperienza personale. La sua passione per la scrittura nasce dalla lettura in quanto, come lei stessa afferma: “Tutti gli scrittori sono stati grandi lettori”. Tra i luoghi importanti per la promozione della lettura tra i giovani cita le biblioteche, con le loro macchinette per la cioccolata, la scuola, che indubbiamente ha un ruolo importante, ma innanzitutto l’incoraggiamento da parte della famiglia: “Iniziare a leggere da piccoli induce a considerare la lettura un bisogno primario, come mangiare e dormire, induce a divorare libri senza badare ai consigli, aprendosi a tutti i generi possibili, attraversando i confini e i limiti imposti dalle convenzioni e dai generi”. Per Randa Ghazi scrivere, così come leggere, è innanzitutto un bisogno dettato dalla volontà di reagire all’ignoranza sulla base della quale si costruiscono gli stereotipi e di denunciare le ingiustizie. Nei suoi testi si legge l’indignazione, la rabbia, la voglia di dare voce ad un punto di vista diverso, ed è forse per questo che lo stile è frammentato, come se sulla pagina si traducesse un flusso di pensieri.

La complessità del sistema di acculturazione al quale sono esposti questi nuovi giovani scrittori è testimoniata dal fatto che, interrogata sui suoi modelli letterari, cita Roal Dahl insieme ad Alessandro Baricco, a Stefano Benni, a Naguib Mahfuz.Come per la maggior parte degli autori migranti, anche nel caso di Randa Ghazy il carattere autobiografico è dominante. Jasmine, la protagonista del suo libro, vive come Randa a cavallo tra due culture e cerca un posto dove stare.

La sua è una lotta interiore, ma al contempo è anche una lotta contro le aspettative degli altri. Qualunque domanda lei si ponga, qualunque decisione intenda prendere, si scontra sempre con qualcuno che la richiama ad un dovere di lealtà, che lei sente di non poter soddisfare fino in fondo. (…) *

*estratti dal testo di Lucia Sorbera La letteratura della migrazione. Avanguardia della società interculturale? comparso in ImmaginAfrica 2007

Imbarazzismi. Quotidiani imbarazzi in bianco e nero

(…) uno dei grandi rimossi della coscienza collettiva italiana: l’esperienza coloniale. L’attualità di questa tematica è evidente, poiché per affrontare e decostruire gli Imbarazzismi denunciati in maniera ironica ma graffiante dal medico e scrittore italo-togolese Kossi Komla-Ebri, non si può prescindere da una lettura più critica della storia coloniale.

Il razzismo inconsapevole e spesso biunivoco che spesso connota la relazione tra diversi -o presunti tali- è al centro della produzione di molti degli scrittori che sono stati nostri ospiti. (…)

(…) Del libro vorrei mettere in luce, in particolare, l’interesse che presentano le scene di vita quotidiana in contesti come l’ospedale e il supermarket, il treno e le strade della città; e le osservazioni sui pregiudizi, o luoghi comuni, che accompagnano i “ruoli”: un padre togolese che passeggia con il suo bambino ai giardini e viene visto come un insolito babysitter (…) ho sempre pensato che ragionare su come il linguaggio complica, distorce e pesa sulle relazioni, costituisca un importantissimo aspetto della nostra società, che si vuole multietnica e multiculturale e forse multilinguistica: ecco l’uso dell’italiano che, chissà perché, si fa approssimativo e caricaturale quando ci rivolgiamo a chi non si riconosce come uno dei “nostri” (ha la pelle scura). Leggiamoli con attenzione questi scritti, cerchiamo di imparare cose che sono davvero importanti per questo paese e per come vivrà (vivremo, loro e noi), nei prossimi anni. E un ultimo commento: apprezziamone il senso dell’umorismo, la “leggerezza”; noi, in genere, quando si tratta di queste cose, senso dell’umorismo e leggerezza, ne mostriamo poco.*

*estratto dalla prefazione al libro di Laura Balbo

Negoziare con il male

Piero Coppo è un etnopsichiatra che da anni compie ricerche in Mali, tra quei dogon resi celebri dall’etnografo francese Marcel Griaule e ora oggetto di attenzione per molti turisti. Tredici anni fa, con Guaritori di follia, ci aveva accompagnato nel suo cammino alla scoperta della concezione dogon della malattia mentale. Un percorso difficile, che ha visto l’autore collaborare con i guaritori tradizionali, per scoprire quali fossero le categorie da loro utilizzate per diagnosticare e combattere la follia. Oggi Coppo riprende quel filo, mai abbandonato, per ripercorrerlo e svilupparne nuove implicazioni.

Quelle pratiche che chiamiamo abitualmente magia e stregoneria, e che appaiono ai nostri occhi come evidenti residui di una primitività africana, sono in realtà strumenti cognitivi, che rispondono a un quadro di riferimento di valori propri di una cultura. Abbandonando ogni atteggiamento etnocentrico, accostandosi con umiltà e spirito scientifico, l’autore ci propone una lettura del mondo con occhi dogon, accompagnandoci attraverso una realtà che per certi versi può apparirci assolutamente estranea, ma che risponde a logiche assolutamente razionali, se interpretate dal punto di vista dei nativi. Ogni società conosce il dolore, il male, e cerca non solo di lenirne gli effetti, ma anche di disattivare i meccanismi che lo creano. Questa è la lezione, interessante e affascinante, che ci viene dalla lettura di questo libro. *

*recensione di Marco Aime comparsa sul sito della rivista Nigrizia

Regina di fiori e di perle

(…) Chiunque narri una storia, non narra solo la sua storia, ma la storia di tutti coloro che non sanno, non possono o non vogliono narrare. La letteratura della migrazione fa emergere una serie di tematiche che, pur riguardando la società nel suo complesso, pur essendo parte della storia collettiva, restano in un angolo trascurato  della memoria, al quale si accede solo occasionalmente. Si riscopre la complessità delle identità individuali e collettive, attraverso un itinerario centrato sulle esperienze e le identità altrui, sul modo in cui la storia dei vincitori ha determinato le storie degli altri. L’opera di Gabriella Ghermandi, autrice di vari testi teatrali e di un romanzo di ispirazione autobiografica, intitolato Regina di fiori e di perle, può essere letto secondo questa chiave. Figlia di una donna eritrea e di un uomo italiano, di se stessa dice di essersi sempre sentita considerata “troppo nera per essere bianca e troppo bianca per essere nera”. Capace di esprimersi in italiano, in amarico, in bolognese e in tigrino, invita il lettore a compiere un percorso di ricerca che valorizzi l’identità unica di ciascun individuo, a scapito delle identità collettive. Nel suo caso, il senso del dovere di scrivere per chi non può è esplicitato nell’incipit del romanzo: “Quando ero piccola, me lo dicevano sempre i tre venerabili anziani di casa: – sarai la nostra cantora”. Il testo di Gabriella Ghermandi invita a riflettere su uno dei grandi rimossi della coscienza collettiva italiana: l’esperienza coloniale. (…) *

*estratti dal testo di Lucia Sorbera La letteratura della migrazione. Avanguardia della società interculturale? comparso in ImmaginAfrica 2007